Il nuovo beniamino degli “indignati” italiani è, da ieri, Mario Draghi. Questo capolavoro di strategia politica lo dobbiamo ai gruppi che ieri, a Roma, hanno deciso di “praticare il conflitto”, come dicono loro. Ma, forse, non solo a loro.

Dunque, ieri è stata una giornata di mobilitazione globale. In più di ottanta paesi il movimento dei cosiddetti “indignati” ha occupato strade e piazze di 952 città per contestare il potere finanziario globale. Gli scontri, però, sono avvenuti praticamente solo a Roma.

La cosa credo meriti una riflessione. In Italia, infatti, siamo straordinariamente incapaci di imparare le lezioni del passato. Questo vale a livello di classe dirigente, ma evidentemente anche a livello dei movimenti. Non voglio ridurre il discorso al solito “violenza sì/ violenza no”. Personalmente, vedere gruppi di gente vestita di nero con i volti coperti, le spranghe in mano che si muovono compatti e con disciplina quasi militare, mi fa proprio incazzare di brutto. Ma il punto non è questo: in Val di Susa, per esempio, si fa un uso della violenza da parte dei No Tav finalizzata a un obiettivo preciso e a portata di mano: la chiusura dei cantieri. Il punto qui non è se si accettano o meno pratiche violente, bensì l’incapacità di gestione e di organizzazione, l’assenza di obiettivi e sbocchi politici.

SUL COORDINAMENTO DEL 15 OTTOBRE.
Quello che mi sconcerta è che – da quello che ho visto e letto, non essendo stato presente a Roma -  l’esito catastrofico della manifestazione sia sopratutto il frutto delle divisioni, degli scazzi e della disorganizzazione di chi ha coordinato la gioranta di ieri. Pare che a tutti fosse infatti noto che ci sarebbero stati atti violenti (chi ha partecipato alle riunioni di preparazione dice che l’argomento era stato palesemente messo sul tappeto da parte di alcuni gruppi): perché non si sono messi in campo strumenti per contenere questa violenza? Bastava, come qualcuno aveva pure suggerito, scegliere la formula dei sit-in sparsi per la città (o del sit-in/accampamento tipo Madrid) per rendere molto più difficile ai gruppi violenti mimetizzarsi nella massa e utilizzare gli altri manifestanti come scudo. E’ quello che è accaduto in tutti gli altri paesi del mondo. Perché, dieci anni dopo Genova, non si è ancora imparata quella dura lezione e ci ritroviamo ancora schiacciati nello stesso angolo di allora?

In Italia sembra che siamo destinati a ripetere meccanicamente le dinamiche di sempre: corteo e comizio per i “buoni”; vetrine spaccate, auto incendiate e “sbirri assassini” per i “cattivi”. Il mondo  sta cambiando sotto i nostri occhi, i movimenti più disparati in tutto il mondo inventano nuove ed efficaci forme di mobilitazione. Noi siamo fermi agli anni ’70.

Cazzo, non è un gioco.  Non ci si può mettere alla guida di un movimento contro il potere finanziario globale e pretendere che tutti ti lascino fare la tua manifestazione in santa pace. La polizia non è stata gestita bene? Può essere. I politici strumentalizzano gli scontri? Che sorpresa! I mass media danno spazio solo alla violenza oscurando i contenuti giusti della manifestazione? Accade sempre così da decenni!!! Non si può continuare a fare le vittime pretendendo che queste cose non accadano. Bisogna farci i conti, ma bisogna farli per tempo.

SUI RIOTERS.
In rete, poi, si leggono i commenti di chi sostiene la protesta violenta. Si può discuture se sia giusto avere un atteggiamento sempre e solo non-violento. Ma ieri è accaduto qualcosa di più grave. I rioters hanno attaccato in primis gli altri manifestanti, e alcuni lo rivendicano: l’obiettivo è indirizzare il movimento verso la lotta violenta, e chi non è d’accordo con queste pratiche viene attaccato e spinto a lasciare il campo. La bomba carta che è esplosa nelle mani del militante di SEL che tentava di allontanarla, giaceva in mezzo ai manifestanti, non dentro gli uffici della BCE. Questa gente, poi, pensa che il problema della finanza globale stia negli sportelli bancomat… Cioè: qual è l’obiettivo della violenza? Qual è la strategia politica che ci sta dietro? Che senso ha praticare la violenza in un’unica data simbolo e in modo così sconsiderato? Da domani cosa cambia? Se fossero davvero convinti che la violenza sia la strada giusta, perchè praticarla una volta all’anno, per di più nascondendosi in mezzo a una manifestazione pacifica? L’unico coordinamento di cui sono stati capaci coloro che hanno “praticato il conflitto” è stata quella di coordinare gli scontri, ma non sono in grado di organizzare altro… Non ci sarà forse il bisogno che qualcuno raccolga questa rabbia e dia degli sbocchi politici?

SUL CONSENSO.
Si sottovaluta drammaticamente l’importanza del consenso. Se hai il consenso, puoi permetterti di “praticare il conflitto” in forme molto più avanzate. Per esempio, se hai il consenso, finita la manifestazione puoi permetterti (come stanno facendo in queste ore a Barcellona) di andare ad occupare appartamenti sfitti e darli a chi è stato sfrattato e vive in mezzo alla strada. I teorici della violenza di piazza potrebbero provare oggi ad andare a occupare un appartamento sfitto a Roma e vedere cosa succede…

Sarebbe ora che si iniziassero a giudicare i comportamenti delle persone anche dagli esiti politici che determinano. Negli USA il 56% dell’opinione pubblica appoggia le proteste. Da noi Mario Draghi, la personificazione del potere finanziario internazionale, è un eroe.

Domenica ci sono state le primarie a Milano per scegliere il candidato del centro sinistra che sfiderà Letizia Moratti nelle elezioni del marzo 2011 per la carica di primo cittadino del capoluogo lombardo. Ha perso il candidato del PD, Stefano Boeri, e ha vinto Giuliano Pisapia, sostenuto, tra gli altri, da Rifondazione e Sel. In seguito a questi risultati, i dirigenti locali del Pd e – oggi – anche Filippo Penati hanno rassegnato le loro dimissioni.

Per una volta, vorrei prendere le difese del PD. Certo, hanno sostenuto il candidato sbagliato, ma questo lo si sapeva anche prima dei risultati delle primarie. E anche se Boeri avesse vinto, sarebbe rimasto il candidato sbagliato. Voglio dire: Boeri sarà pure stato un candidato “presentabile”, ma quando hai a disposizione uno come Pisapia non dovresti avere dubbi…

D’altra parte era sotto gli occhi di tutti come una buona fetta del partito (anche dei suoi rappresentanti nelle istituzioni) sostenesse altri candidati, in primis Pisapia, quindi un po’ mi sorprendo della sorpresa.

Quello che invece secondo me va riconosciuto al PD sono due cose importanti:
1) Avere avviato la pratica delle primarie. Ora può sembrare banale, ma in Puglia prima, a Milano ora, questo strumento ha reso possibile candidature “rivoluzionarie” per gli standard del centrosinistra, sottraendo la scelta del candidato alle segreterie;
2) Immagino che lo sforzo organizzativo delle primarie del 14 novembre sia stato sostenuto principalmente delle strutture del PD milanese. Sono state votazioni ben gestite, con seggi ben distribuiti sul territorio, senza contestazioni rilevanti. Insomma, credo vada riconosciuta la capacità organizzativa, di mobilitazione e di comunicazione.

Per questa ragione non capisco le “dimissioni” dei vertici milanesi del PD. Il loro candidato ha perso? Fa parte del gioco: sennò che primarie sarebbero? C’è stato un calo dei votanti rispetto al 2006? Vero, ma addossare ai vertici milanesi del PD la responsabilità per la disaffezione dalla politica mi sembra un po’ ingeneroso. In compenso, hanno dato vita a primarie con candidati di ottimo livello, creando le condizioni per alleanze larghe, che includono anche la sinistra “radicale” (fino a pochi mesi fa, con le regionali, messa alla porta senza neanche discutere), hanno messo in circolo idee nuove per la città, rivitalizzando il dibattito cittadino a sinistra. So che tutto questo è frutto anche di scelte che il PD ha dovuto subire (l’autocandidatura di Pisapia, la scelta obbligata delle primarie, etc.), ma credo vada riconosciuto il fatto che, in ogni caso, il PD è stato protagonista di questa pagina politica milanese.

In realtà, la vera prova arriva ora: il PD deve dimostrare di credere davvero e fino in fondo allo strumento delle primarie, accettare i risultati e sostenere il vincitore con tutte le sue forze. L’errore imperdonabile, per il Partito Democratico, sarebbe infatti quello di non mettere tutto se stesso al servizio della corsa di Pisapia. Allora sì che bisognerebbe pretendere delle dimissioni.

P.S. Nota di colore, a proposito di nuovi volti e vecchie abitudini. Giuseppe Civati, “rottamatore” e sostenitore di Boeri, oggi ha dichiarato: “Io l’avevo capito subito che Boeri poteva essere considerato troppo vicino alla stagione di governo di Letizia Moratti”… però lo ha sostenuto! Boh, alla faccia della chiarezza e della coerenza…

La vicenda “liste” di questi giorni ha messo in evidenza un aspetto del berlusconismo di cui sono da tempo convinto.

Berlusconi è un leader carismatico e, come tale, deriva il suo potere dal fatto che in molti lo credono in possesso di doti eccezionali, se non addirittura sovraumane. E’ così per tutti i leader carismatici, da Gesù in poi. La sua legittimità a governare e a gestire il potere deriva cioè dalla convizione che, essendo eccezionalmente abile e capace, sia la persona più adatta e meritevole di guidare il paese. I suoi seguaci (e i suoi elettori) lo continueranno a seguire e a preferire fino a quando Berlusconi dimostrerà di possedere queste doti fuori dal comune. Come tutti i leader carismatici, per evitare che la fede nelle sue capacità venga meno (privandolo quindi della principale fonte di legittimazione) deve continuamente dare prova di queste qualità eccezionali (i successi imprenditoriali, le coppe vinte con il Milan, il milione di posti di lavoro, i rifiuti di Napoli, l’Abruzzo, la potenza sessuale, etc.). La sua popolarità e il suo consenso si basano quasi esclusivamente su questo: i suoi sostenitori lo credono capace di imprese che tutti gli altri giudicano impossibili.

Se quanto detto è vero, appare evidente che per erodere il consenso di cui gode non servirà a nulla continuare a denunciare i suoi metodi autoritari, la sua corruzione e le sue furbizie legislative (come l’ultimo nato: il legittimo impedimento). Anzi, il suo decisionismo eversivo e la sua capacità luciferina di non farsi processare non fanno altro che accrescere la fede nei suoi poteri eccezionali (coloro che, per esempio, hanno accreditato la tesi che l’aggressione di Tartaglia sia frutto di una diabolica regia berlusconiana non hanno fatto altro, in realtà, che esaltarne le capacità sovrannuaturali).

E’ interessante il fatto che il tracollo di consensi di Pdl e Berlusconi (che i sondaggi stanno evidenziando in questi giorni) pare essere attribuibile al fatto che l’elettorato di centrodestra sia rimasto letteralmente scioccato dalla manifestazione di incompetenza dimostrata dai dirigenti Pdl e dalla raffazzonata e inefficace risposta del governo, che ha varato tra mille polemiche un decreto assolutamente inutile, frutto del lavoro di sedicenti, quanto inetti, “esperti legali” del Pdl.

Il fatto di avere un Milioni ha pesato più che avere un Dell’Utri. Anni di leggi ad personam, conflitti di interessi, strappi istituzionali, scandali sessuali nulla hanno potuto, mentre la sciatteria di un sabato mattina all’Ufficio elettorale con la mancata presentazione della lista nei tempi previsti ha provocato un cataclisma. Il partito del “fare” ha mostrato per un attimo il suo vero volto, quello del partito del “non saper fare” e i suoi elettori ne sono rimasti sconvolti.

E’ anche per questo che Prodi ha vinto ben due elezioni contro Berlusconi: perchè lo ha sempre trattato come si merita, da incompetente.

Eccoci qua. Già me li vedo quelli di là, a strillare contro la giustizia ad orologeria. “Guarda caso i giudici di Milano e Roma si mettono a controllare le firme proprio poche settimane prima delle elezioni regionali!”.

Checcivoletefare? I ragazzacci del centrodestra sono fatti così. Sono talmente abituati a pensare che le regole valgano per tutti tranne che per loro, da essere rimasti interdetti difronte alle decisioni di Milano e Roma. Ora può darsi che correranno ai ripari come sanno fare loro. Ma magari non ce la faranno. E allora continueranno a gridare al “vulnus democratico“. Perché sono veramente convinti che far rispettare la legge anche a potenti e prepotenti sia qualcosa di mostruoso, di sbagliato.

Non è il partito che ho votato e che voterò nel prossimo futuro. Detesto gran parte del suo personale politico. Perché mai votare per le primarie del PD, mi dicevo? Poi, nelle ultime settimane, ho cominciato a pensare che, in fondo, si tratta di dare un segnale. Si tratta di far vedere alla destra che c’è un “popolo” anche a sinistra, vivo, attento e che suppur mal rappresentato esiste e ragiona. Poi ho pensato che, in fondo, votare per Ignazio Marino per cercare di fargli prendere un bel po’ di voti sarebbe stata una bella scossa al partito della Binetti che ha affossato i Dico e la legge contro l’omofobia. Una ventata di aria fresca che scompigli le “nomenklature” dei soliti noti.
 
Così, ero già pronto con la mia tessera elettorale e i miei due euro per andare, domenica,  a renderemi di nuovo visibile come cittadino minimamente attivo. Senza entusiasmo, non avendo granché seguito la campagna elettorale, ma con l’idea di poter fare qualcosa di visibile.
 
Poi è successa una cosa, pochi minuti fa. Mi è bastato leggere cinque righe di un articolo di Repubblica. Eccole qui:
 
“Il fronte Marino è impegnato a sottolineare la novità rappresentata dal chirurgo di Genova. “Una segreteria libera dagli schemi, libera dalle gabbie in cui spesso è costretta la politica”, commenta Piero Ichino (…). Il giuslavorista legge la candidatura di Marino come la realizzazione del “proggetto Pd lanciato da Veltroni due anni fa al discorso del Lingotto”. Oltre la laicità anche altre le battaglie all’opposizione di un partito targato Marino. Drastica riduzione dell’Irpef, riforma del mercato e del diritto del lavoro, “posizioni sulle quali Marino non ha chiesto il permesso ai sindacati“.”
 
Così ho finalmente deciso cosa fare la domenica delle primarie: la mattina portiamo nostro figlio a uno spettacolo di teatro per bambini da 1 a 3 anni, poi il pomeriggio facciamo un aperitivo.

Tra qualche giorno, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la clandestinità diventa un crimine. Il fatto cioè di essere straniero extracomunitario senza permesso di soggiorno ti trasforma automaticamente in criminale. Un cittadino europeo nella stessa situazione è in regola, un senegalese è un criminale. Qualsiasi persona con un po’ di cervello non può non considerare disumano e crudele un simile provvedimento.

Ma siccome Berlusconi oggi ha detto che con questa legge gli italiani saranno più sicuri, vorrei fare un paio di esempi per dimostrare al nostro premier che si sbaglia: da oggi siamo tutti in pericolo.

Il fatto che la clandestinità sia diventata un reato, comporta l’obbligo di denucia del clandestino da parte di qualsiasi persona incaricata di pubblico servizio (medici, poliziotti, insegnanti, giudici, autisti di mezzi pubblici, etc… al riguardo vedi anche questo mio post). Da questo principio discendono alcune conseguenze devastanti per la salute pubblica, ovvero per la salute di tutti noi, e per la sicurezza delle persone oneste.

Immaginiamo un cittadino marocchino senza permesso di soggiorno che si ammala di una forte influenza. Se si presenta in un pronto soccorso, verrà immediatamente denunciato. Decide così di non andare a farsi vedere da un medico. Non sapendo bene che malattia ha (nessuno medico lo ha visitato), decide di curarsi con una tachipirina e va tranquillamente al suo lavoro utilizzando un metrò. Nel vagone stracarico nell’ora di punta, diffonde il virus tra gli onesti cittadini italiani che, grazie al decreto sicurezza, si beccheranno un bella influenza suina. Grazie Berlusconi, grazie Maroni.

Una cosa del tutto simile può capitare nell’asilo frequentato da vostro figlio e dal figlio di una coppia di immigrati clandestini, che non si fidano a portare il proprio bambino da un pediatra. Così, grazie a Berlusconi e a Maroni, vostro figlio ha da oggi più probabilità di beccarsi pertosse o parotite.

C’è poi il caso di un clandestino che assiste, suo malgrado, a un grave crimine, per esempio un omicidio o uno strupro. Lui ha visto in faccia l’assassino o lo stupratore. Peccato che non si presenterà mai in una stazione di polizia a denunciarlo o in un tribunale a testimoniare per farlo condannare: non è in regola con i documenti e la sua testimonianza non può essere raccolta. Così, grazie a Berlusconi e a Maroni, da oggi avremo più assassini e più stupratori liberi e impuniti.

In compenso nasceranno molti bambini fuori dalle strutture ospedaliere (quale donna clandestina andrà a partorire in un ospedale sapendo di non poter registrare all’anagrafe il proprio bambino il quale verrebbe dato in adozione?) che non verranno registrati all’anagrafe e diventeranno ombre, come i loro genitori. Nascerà una nuova generazione di bambini invisibili privati di ogni diritto, che non potranno frequentare le scuole dell’obbligo e che, di conseguenza, difficilmente impareranno l’italiano e la loro condizione di emarginazione si aggraverà. Con quali conseguenze, secondo voi, per la sicurezza dei nostri amati concittadini italiani?

Sullo stesso tema segnalo il bel post di erreabi.

 

AGGIORNAMENTO:

A Milano, lunedì 6 luglio ore 18 davanti alla Prefettura c’è un presidio contro questa legge vergognosa. Qui tutte le info.

Qualche settimana fa, a Milano, su un autobus. Il traffico del centro è più congestionato del solito a causa di una manifestazione di protesta di alcuni rifugiati politici e richiedenti asilo, sgomberati il giorno prima dalle loro abitazioni.

Una signora accanto a me inizia la litania: “Ecco, questi qui ora ci bloccano anche le strade! Vengono qui, e vogliono avere tutto, anche una casa! E agli italiani chi ci pensa?“. La signora raccoglie immediatamente consensi e cenni di approvazione da parte di altri passeggeri che producono una eco, anzi un’onda di frasi e mezze frasi di condanna per i manifestanti stranieri. In molti restano in silenzio. Io non resisto: “Signora, ma cosa sta dicendo? Sono rifugiati politici, scappano da guerre, persecuzioni e massacri. Il minimo che possiamo fare è garantire loro una casa“. La signora è un po’ stupita dalla mia reazione. Aveva detto una cosa di tale buon senso, talmente in voga e sulla bocca di tanti politici, quotidianamente ripetuta in talk show, programmi televisivi del mattino e del pomeriggio… Così mi ribatte un po’ imbarazzata: “Eh, sì, gliela daranno la casa… vedrà”. “Lo spero proprio”, concludo io.

Nessuno dei fan della signora ritiene di dover intervenire. Molti passeggeri mi lanciano uno sguardo di gratitudine e l’eco dei vari “agli italiani chi ci pensa” o “vengono qui e vogliono fare i padroni” si spegne in un istante.

Quella che è andata in scena, senza che lo avessi previsto, è stata una piccola battaglia, una lotta per il potere, anzi, per l’egemonia culturale. Detta in termini sociologici, per qualche secondo ho rotto la “spirale del silenzio”.

La teoria della spirale del silenzio fu sviluppata dalla sociologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann negli anni ’70 e spiega egregiamente perché la signora era tanto stupita dalla mia reazione…

Il tema è un po’ articolato, e rimando un breve approfondimento al prossimo post, in cui avanzerò anche un piccola proposta di resistenza civile.

In tutta questa vicenda delle incontrollabili pulsioni sessuali di Berlusconi c’è un aspetto che vorrei richiamare alla vostra attenzione. Se ci fate caso, negli ultimi giorni il ritornello dei berluscones – in primis del nostro mitico direttore del tg1 (di cui mi occupai in tempi non sospetti, qui, qui e qui)- è quello di dire più o meno così: “queste vicende sono ‘gossip’, fatti privati di Berlusconi. Se io non ne parlo nel mio tg, sui miei giornali, nelle mie trasmissioni non è per autocensura ma è perchè non mi faccio dettare la scaletta delle notizie da Repubblica”. Minzolini lo ha detto chiaramente nel suo video editoriale di ieri sera: “sarebbe stato davvero incomprensibile privilegiare polemiche sul gossip nazionale solo per scimmiottare qualche quotidiano o rotocalco“. Le stesse cose le hanno dette esponenti PDL come Lupi, giornalisti de Il Giornale, e altri personaggi del giro.
 
Fateci caso, questo concetto lo stanno ripetendo in tanti, dalle parti di Palazzo Grazioli.
 
E’ molto interessante che questo avvenga, perché dimostra qual è la forza e, al contempo, il tallone di achille del sistema propagandistico berlusconiano. Tale sistema si basa sulla quasi illimitata possibilità di controllare l’agenda del dibattito pubblico. Chi studia i mass media parla di effetto di “agenda setting”: non ti dico che opinione avere su un argomento, ma ti dico su quali argomenti devi farti un’opinione. Governare l’agenda del dibattito politico è un vantaggio enorme, perché sei sempre “sul pezzo”, hai sempre risposte adeguate (risposte verbali, ma anche risposte politiche, atti, decisioni, provvedimenti), e soprattutto induci l’opinione pubblica a non approfondire questioni che potrebbero metterti in difficoltà. In altri termini: giochi perennemente in casa.
 
In queste settimane è avvenuto qualcosa che non capitava da anni: Berlusconi ha dovuto subire un’agenda che non riesce a controllare e che lo danneggia due volte. Da un lato infatti, checché ne possa pensare il becero maschio italico, le sue patetiche prodezze di uomo mostruosamente solo (che effetto gli avrà fatto scoprire – ammettendo che non lo sapesse già – che tutte quelle belle ragazze che venivano alle sue feste erano pagate per stare lì con lui?) lo indeboliscono e, alla lunga, potrebbero essere devastanti. Dall’altro, il fatto che si parli di Noemi e di Patrizia vuol dire che non si parla di altre cose (o se ne parla molto poco). Non si parla, cioè, di cose su cui Berlusconi era abituato a costruire il suo consenso e quindi gli viene a mancare una fonte della sua legittimazione e del suo carisma. L’ormai mitica “ricostruzione dell’Abruzzo” (uno dei più sconci raggiri mediatici della storia) è scomparsa dalle prime pagine; la visita da Obama ci è rimasta mezza giornata; gli stessi esiti elettorali sono già diventate notizie da quinta pagina, solo per fare degli esempi. Berlusconi è inchiodato sul “caso veline” e non riesce ad uscirne.
 
E’ quindi comprensibile lo stupore, il fastidio e la rabbia di chi, tra i berluscones, si ostina a voler ignorare vicende di cui tutto il mondo parla. Perché non è così che erano abituati a lavorare: sono loro, e non Repubblica o chi per lei, a dettare gli argomenti di cui bisogna parlare. Ed è in questi casi che emerge la pochezza di molti spin doctors, avvocati (“utilizzatore finale”… roba da licenziarlo in tronco…) e portavoce che, appena il gioco diventa un pochino più “alla pari”, sbroccano, abituati come sono a giocare in casa in 22 contro 11.
 
Alla lunga è comunque possibile che i berluscones prevalgano e riusciranno a imporre di nuovo i temi più confortevoli per il capo. Potrebbero accadere cose talmente grosse da spazzare via addirittura tanga, tartarughine e notti a pagamento.

Infine. Che io ricordi, l’ultima volta che i berluscones avevano dovuto subire un’agenda dettata da altri era l’estate del 2001. Si stava preparando il G8 di Genova e, soprattutto, il contro vertice. Le sigle riunite intorno al Genoa Social Forum erano riusciti a “bucare” video e giornali, a imporre i loro temi. I giornali parlavano di povertà globale, sviluppo economico equo e sostenibile, revisione delle politiche agricole protezioniste, etc.. La gente iniziava a discutere di questo.
 
Otto anni dopo, la situazione è quella che abbiamo sotto gli occhi. L’imbarazzante evoluzione dell’era berlusconiana ci ha ridotti a questo. Da Susan George a Noemi Letizia.

Le spie non sono simpatiche a nessuno. La riprovazione per i delatori è generale. Il Decreto Schifezza, che la Camera tra poco approverà, obbligherà i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio che ne vengano a conoscenza, a denunciare gli immigrati privi di regolare documento. Spero che ci sarà una sommossa degli interessati verso una sorta di “obiezione di coscienza”.

In caso contrario, come simbolica ribellione a questa schifezza indegna propongo di organizzare una rete di contro delazione. La cosa potrebbe funzionare così: quando si viene a sapere di qualcuno che ha denunciato un immigrato irregolare, lo si sputtana pubblicamente, additandolo come INFAME. All’uopo, si potrebbe tappezzare il quartiere dove vive la spia con manifesti riportanti la sua foto, il suo nome, la qualifica di “spia”; si potrebbe far girare la stessa foto sui blog, su facebook, etc. Si tratterebbe, in realtà, di un servizio di pubblica utilità; in questo modo anche i suoi conoscenti italiani potranno farsi due conti: ci si può fidare di uno che è pronto a vendere alla polizia un disperato indifeso e senza tutele? Una persona così sarà mica capace, se ne avrà l’occasione, di “vendere” anche il collega, il conoscente, l’amico? Ovvero, se sei un Giuda è meglio che si sappia.

Insomma, chi di delazione ferisce, di delazione perisca. Che ne dite? Il livello di imbarbarimento raggiunto non merita reazioni più sofisticate.

Concludo citando una norma mostruosa contenuta nel Decreto Schifezza, di cui si è parlato poco: in base al decreto che tra poco verrà approvato, le madri irregolari non potranno iscrivere i propri figli all’anagrafe e quelle sprovviste di passaporto non potranno neanche riconoscerli rendendoli così subito adottabili. Chi di voi ha figli, provi a pensare di trovarsi in quella situazione.

Viene fuori che il nostro premier frequenta minorenni e la sua popolarità sembra addirittura aumentare. Se la cosa vi stupisce, vi invito a guardare on line il documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Dura pochi minuti.

Al termine della visione, non sarete più stupiti. In compenso, proverete vergogna, vi sentirete umiliati e una certa nausea vi terrà compagnia ogni volta che accenderete la televisione.

Se tutto questo non dovesse accadere, siete pronti per condurre Buona Domenica.

Ci sono modi migliori di passare una serata, ma anche peggiori.

    “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto.

    Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.

(…)

    “Posò il moschetto e si sedette su un tratto libero del muretto, atlissimo. La stanchezza l’aggredì, subdola e dolce, e poi una rigidità. Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata. Anche agli altri doveva succedere lo stesso, perché tutti erano un po’ chini, e assorti, come a seguire quella stessa onda della loro spina dorsale. Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, non mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere, e ti dà insieme l’umiliante persuasione di avere già fatto troppo, tutta la tua parte con una battaglia. Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto, a fare tutte le battaglie destinate, imposte dai partigiani o dai fascisti, e sentiva che si sarebbero ancora combattute battaglie, di quella medesima ancora guerra, quando egli e il Biondo e Tito e tutti gli uomini sull’aia (ed ora gli apparivano numerosi, un’armata) sarebbero stati sottoterra, messi da una battaglia al coperto da ogni più battaglia.

    Gli uomini erano così immoti ed assorti, così statuari pur con quella percorrenza dentro, che i figli del contadino entrarono fra loro, taciti e haunted, come in un museo.”

(da Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio, p. 52 e p. 100)

Raramente avvenimenti accaduti nella sfera del dibattito pubblico mi hanno sconvolto tanto quanto quello che sta succedendo in questi giorni intorno alla vicenda di Eluana Englaro. I protagonisti di questi ultimi giorni sono senza dubbio il Vaticano e il Governo.

Il Vaticano si trova in una fase di tale delegittimazione internazionale che risulta quasi grottesca l’aura di potenza che, in Italia, lo circonda. Alla guida dello stato cattolico c’è una classe dirigente incompetente, maldestra e pericolosamente superficiale. Prima lo scandalo dei preti pedofili e la sua disastrosa gestione, ora la vicenda dei lefevriani negazionisti: sono solo due esempi del crollo di credibilità del Vaticano agli occhi del mondo, a cui si accompagna una perdita di autorità che prosegue da anni. Sui grandi temi mondiali l’influenza del Papa (non solo di questo ultimo) è praticamente nulla.

Solo in Italia pare che il papato conservi una certa influenza sulla classe dirigente italiana, ma è davvero così? E in ogni caso, che misera autorità morale è mai quella che, storicamente sconfitta su aspetti cruciali (guerre, consumismo, aborto, divorzio, etc.) tenta di prendersi una rivincita ideologica su una vicenda così straziante come quella di Eluana Englaro, dimostrando di non possedere la benché minima pietà per il dramma di un padre, sfruttando cinicamente una storia drammatica per conseguire un successo ideologico?

Qui entra in gioco il secondo attore, Berlusconi e il suo governo. Possibile che in Vaticano siano così stupidi e sprovveduti da non vedere che la Chiesa stessa è, in questa vicenda, strumentalizzata dal governo? Credono forse, Ratzinger e Bertone, che Berlusconi si stia muovendo in questo modo mosso dal desiderio di far trionfare ideologia e valori cattolici? Non si accorgono del macabro opportunismo di un leader politico che sfrutta questa vicenda per porre sul tappeto ciò che realmente gli interessa? Non il testamento biologico, non la ‘salvaguardia della vita’, non i valori cattolici, ma il ben più determinante potere di veto del Presidente della Repubblica che, nella visione berlusconiana della politica, costituisce un insopportabile ostacolo all’azione del potere esecutivo. Non si accorgono, Bertone e il Papa, che Berlusconi sarebbe disposto a sacrificare qualsiasi cosa, anche il Vaticano, pur di annichilire gli organi di controllo che costituiscono un argine al suo potere assoluto, pur di abbattare i vincoli costituzionali che ancora riescono a limitarlo?

Ma al di là di tutto questo, restano i gesti, le parole, le oscene dichiarazioni che mi hanno nauseato. Gli insulti al padre di Eluana Englaro (Berlusconi: “Sembra quasi che ci si voglia liberare di un fastidio”; cardinale Barragan: “è un omicidio, vogliono far morire quella povera ragazza di fame e di sete, esporla a una agonia lunga e crudele”), la necrofilia (Berlusconi: “Eluana potrebbe generare dei figli”), la disgustosa ipocrisia di un parlamento che in oltre due anni non è stato capace di legiferare e che ora, nel mezzo del protocollo avviato a Udine, si mobilita “in nome della vita” (dopo aver votato una legge che, di fatto, nega l’assistenza sanitaria agli immigrati irregolari). E ancora, fondamentalisti cattolici che urlano all’ambulanza che la trasporta a Udine “Eluana svegliati, ti vogliono ammazzare”, giornalisti televisivi che cannibalizzano il dolore privato di una famiglia con la minuziosa descrizione della “morte per fame e per sete, non sappiamo con quali atroci sofferenze”.

Non ho mai personalmente assistito a nulla di così cinico e disumano. E devo ammettere di provare vergogna per questo paese sempre più mostruoso e senza cuore.

Quando questa mattina ho appreso la notizia del tentato sgombero del centro sociale Conchetta di Milano ho pensato subito a mio figlio, che ha poco più di un anno. Dico “tentato” perchè pare che l’atto non sia molto legale e potrebbero esserci sviluppi. In ogni caso, si tratta del dispiegarsi di una strategia che dura da qualche tempo, finalizzata a chiudere tutti luoghi di cultura, socialità e creatività alternativi. E non parlo solo dei centri sociali, dato che un destino simile sta investendo, per esempio, la sede dell’Anpi.

Dicevo, mio figlio. Ho pensato a tutto quello che gli mancherà quando sarà adolescente, se questa tenace battaglia dell’amministrazione comunale milanese dovesse avere successo e anche l’ultimo spazio di socialità indipendente dovesse venire chiuso. Più che rabbia ho provato tristezza. Io non sono mai stato un assiduo frequentatore di centri sociali, ma sono comunque stati un punto di riferimento importante. In luoghi simili al Conchetta mi sono divertito, ma ho anche discusso di politica, ho rinsaldato amicizie, ho contribuito a creare e gestire una scuola di italiano per stranieri.

Nella libreria del Conchetta ho alimentato la mia curiosità e quando la dj suonava il disco giusto io e il mio gin tonic sapevamo ballare a tempo. Al Leoncavallo ho partecipato ad appassionate riunioni politiche e gruppi di lavoro e ho ascoltato buona musica dal vivo. Del Vittoria ho sperimentato i bagni gelidi, visitati nel mezzo di una lezione alla mia classe di “clandestini” più o meno alfabetizzati o subito prima di iniziare una disastrosa (per me) partita di biliardino con dei fuoriclasse egiziani (e una fuoriclasse italiana).

Per questo oggi sono triste. Perchè il sistema per calcolare il valore di un luogo si è ridotto a quello del metro quadro e sulla base di questo metodo si prendono decisioni gravi e ingiuste come quelle di stamattina. E mio figlio vivrà un sacco di belle esperienze, incontrerà gente meravigliosa e avrà momenti di creatività e di gioia. Ma mi rattrista la possibilità che non potrà mai provare quella stessa delicata sensazione di libertà, quello stesso piacere di abitare un territorio conquistato e restituito, quello stesso orgoglio di costruire socialità e cultura, concretamente, con le proprie mani, che io ho potuto provare frequentando questi luoghi.

Milano sta diventando una città di immobili. E chi non si muove, di solito, è morto.

Io non ho molte parole per commentare la sentenza sulla Diaz, ma sento il bisogno di farlo comunque.
Tutte le volte che i cattivi vincono ci sono ferite, da qualche parte, che si riaprono. Nemmeno in una vicenda simile è stato possibile individuare ufficialmente chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Nemmeno in questa vicenda, dove davvero non esistono sfumature.
 
Oggi c’è chi parla di “onore restituito alle forze dell’ordine”. Strana idea di onore quella che viene fuori da questa sentenza: poliziotti che, all’insaputa dei loro superiori, massacrano ragazzi inermi. Se questo è onore, spero di non vedere mai il disonore.

Bossi: “Nelle scuole del Nord troppi professori meridionali”.
Il Pd: “Senza insegnanti del Sud, la nostra scuola chiuderebbe”
 
Ci sono lavori umili e sottopagati che i settentrionali non vogliono più fare…

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