Riprendo in questo post alcune argomentazioni da uno scambio di opinioni avvenuto nella blogosfera.
Quando si discute del tema “Rom” e campi nomadi, in molti citano episodi di vita vissuta (e altre volte raccontata) legati a furti, aggressioni, etc. e invocano più polizia, più controllo, più presidio da parte delle forze armate, etc. Io penso che più si creano “cordoni sanitari” intorno ai campi, più li si recinta, più si “presidiano i confini” con le armi e con la forza e più ci sarà incomunicabilità, paura reciproca, ignoranza del modo di vita altrui, scarso rispetto della dignità e delle cose degli altri. La strada da percorrere secondo me è l’opposta: avvicinare le comunità, cercare di sviluppare le relazioni tra i Rom e i non-Rom, creare degli spazi di socialità in cui le comunità possano imparare a conoscersi, rispettarsi, imparare a valutare il modo di vita degli altri senza lo schermo della diffidenza e della paura indotta da mass media irresponsabili. E’ la solita, vecchia, elementare verità: la non conoscenza genera paura. La conoscenza produce rispetto e sicurezza. E’ difficile, faticoso, richiede pazienza e volontà di ferro: ma è anche l’unica via di uscita per un paese che pretende di essere civile.
La ghettizzazione oltretutto è un boomerang. Io capisco benissimo che difronte a furti, scippi, atti vandalici, etc., la reazione istintiva è “devo proteggermi”, “mettiamoli in sicurezza”. E penso anche che chi sbaglia deve pagare. Ma la criminalizzazione e la “messa in quarantena” di un’intera comunità, secondo me e secondo quello che vedo succedere in Italia e in altri paesi, alla lunga non porta a più sicurezza. Accresce invece i conflitti, quindi acuisce l’insicurezza.
Io sono sicuro che se le comunità di italiani avessero delle possibilità di socializzare con la comunità Rom, se si riuscissero a creare delle relazioni umane, anche per chi va a fare i furti nelle case diventerebbe tutto più difficile. Pensate a questo: è complicato rubare nella casa di un tuo amico. E’ molto più facile rubare nella casa di uno che ti odia.








4 commenti
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9 ottobre 2007 a 13:57
Just true respect
“E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo.”
Bertold Brecht
Questa frase l’ho trovata all’ingresso del Museo Monumento al Deportato a Carpi..
Penso che vale più di mille parole.. l’odio distrugge la vita!!!
9 ottobre 2007 a 14:19
antibeppegrillo
Sono d’accordo con te, ma la comunicazione deve avvenire con il debole, con il bambino, con la donna oppressa. Se la comunicazione avviene con il capo di una comunità che spesso vive sulle spalle di questi oppressi, però si arroga il diritto di parlare per conto loro, allora no. Quel tipo di comunicazione “multiculturale” diventa complicità.
9 ottobre 2007 a 14:39
Just true respect
é quel “ma” che non mi convince..!! tu parli di comunicare ma non vuoi comunicare con tutti.. tu parli di complicità.. anche io parlo di complicità.. ma purtroppo usiamo la parola complicità con significati diversi!! la tua è sicuramente un’accezione negativa.. la mia è positiva..!!
Sabrina_JTR
10 ottobre 2007 a 8:43
Lian Dyer
Dalle mie parti un rumeno è stato accoltellato da tre ragazzi perché ne ha urtato uno con la bicicletta. tanto per citare un esempio. i rom sono poveri, quindi alcuni (poveri più qualcos’altro) fanno caz****, ma la soluzione non è quella “indolore e rapida” e dei razzisti che ben sappiamo e preferisco non riportare, e poi scusa gli inceneritori inquinano
).
Quando a Granzotto, il fatto che abbia forse letto il mio blog non lo giustifica a generalizzare