In un intervento apparso sul blog di Beppe Grillo, Noam Chomsky (che per me rimane uno dei più importanti pensatori del nostro tempo) interviene sul tema della democrazia partecipata vs. democrazia della rappresentanza.
L’ideale di democrazia partecipata (il cui modello originario si ispira all’agorà della antica Atene aperta a tutti i cittadini) è una visione molto allettante. Rimangono però alcuni ostacoli di fondo. La prima è la questione “quantitativa”: nella Grecia antica coloro che erano considerati “cittadini” erano una ristretta minoranza. Oggi i cittadini di uno stato sono decine di milioni di persone, il che rende l’operazione più complessa. Personalmente, non ritengo questo un ostacolo di per sè insormontabile. Penso che, aiutati dalla tecnologia e da soluzioni istituzionali ben ragionate, ci si potrebbe avvicinare al modello, e in alcuni contesti locali ci si sta già provando. Ma il problema più grande, a mio avviso, è quello “qualitativo“, riconducibile al controllo degli strumenti di formazione dell’opnione pubblica. Affidare, per esempio, la sopravvivenza di un governo a periodici referendum di “gradimento” potrebbe essere problematico nel momento in cui il controllo e l’accesso agli strumenti di formazione e persuasione dei cittadini rimangono nelle mani di un’oligarchia.
E qui arriviamo al secondo punto toccato da Chomsy, quello dei poteri economici. E’ una delle critiche che ho mosso al V-Day di Grillo in un post di qualche giorno fa. Pur considerando le diversità esistenti tra il sistema politico statunitense e quello italiano, io credo che l’attacco frontale ai politici senza riflettere sui poteri economici di cui sono espressione è come prendersela con la finestra che sbatte invece che con il vento che la fa sbattere. I politici non sono affatto irresponsabili, ma certamente sono condizionati da un livello di potere che l’opinione pubblica difficilmente riesce a vedere.
E’ proprio contro questi luoghi invisibili del potere che si scontrano le aspirazioni alla democrazia diretta.
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Guarda l’intervista a Noam Chomsky (da www.beppegrillo.it):








7 comments
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16 Ottobre 2007 a 6:58
emabardo
Condivido anche io il tuo giudizio sul Chomsky teorico politico.
Detto questo, io credo che la democrazia sia sempre e comunque una forma di governo fondata sul controllo del potere. Non credo quindi a forme di governo “dirette”. Ciò su cui si dovrebbe lavorare, semmai, è sulla possibilità di un controllo effettivo di chi ha responsabilità politiche, partendo ad esempio dallo sviluppo di un’organizzazione genuinamente federale.
16 Ottobre 2007 a 14:23
apolide
Io sottolineo il fatto che un sistema democratico (sia esso diretto o rappresentativo) NON funziona, se non funzionano organi di controllo come l’informazione. E la battaglia di Grillo sui meidi e l’informazione appare, in quest’ottica, strategica e sacrosanta.
ciao
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apolide ti invita a visitare il suo BLOG
16 Ottobre 2007 a 16:25
Francesco Simi
Ma quale informazione se Report denuncia tonnellate di fatti ogni settimana e nessuno fa niente?
credete che gli italiani non sappiano che i partiti rubano? Che sono tutti ammanicati con la Mafia? Che i giudici sono metà corrotti e metà minacciati dallo stato?
L’informazione non serve a nulla.
Bisogna togliergli il potere assoluto che hanno, costringerli a sottoporre le loro decisioni al vaglio dei cittadini, come fanno in Svizzera dove esiste una forma di Democrazia Diretta che funziona da 500 anni.
16 Ottobre 2007 a 17:56
apolide
Report? Lo clicco subito… sono a caccia di siti di controinformazione…
L’informazione non è che il quarto potere, ma può fare qualcosa, almeno risvegliare le coscienze. Guarda cos’ hanno fatto a Travaglio, per uno sgarro mastellico…è perchè iniziava a dare fastidio. Il problema è che lui è solo…
Ad ogni modo, se mettessero strumenti di amministrazione diretta del potere, andrebbero giù tutti (a SX e a DX) dopo un mese di governo. Ma è difficile che accada ciò…
16 Ottobre 2007 a 23:09
Mass media: controllori o collaboratori del potere? « Globali
[...] Beppe Grillo, Democrazia, Diritti, Informazione, Politica, V-Day La discussione nata dal mio post precedente, mi spinge ad alcune considerazioni sul rapporto tra democrazia (partecipativa o meno) e [...]
16 Ottobre 2007 a 23:48
LadyDietrich
La democrazia partecipativa-diretta..”quella degli antichi” è indubbiamente la più autentica però rappresenta un modello fittizio non solo per l’elevato numero dei cittadini votanti ma anche per la vasta territorialità e la mole delle decisioni da affrontare..Se pensate poi che lo strumento più importante della democrazia diretta è il referendum..già questo basta a capire quanto sia impossibile impiantare questo tipo di modello nel nostro Paese.
Certo si potrebbe ricorrere certamente a strumenti informatici di alta tecnologia ,per snellire il meccanismo del referendum, ma resterebbe l’ostacolo del carattere dicotomico della domanda e della risposta (si-no) che rischierebbe di radicalizzare ulteriormente la lotta politica.
E’,vero inoltre che in Italia, alcuni strumenti di democrazia partecipativa trovano spazio…per esempio l’iniziativa della legge o il referendum abrogativo…inoltre il Parlamento viene eletto dal corpo elettorale, quindi gode del più alto grado di legittimazione democratica. La democrazia partecipativa è difficilmente riproponibile in un contesto come il nostro..con una scarsa omogenità elettorale e politica..
Io,direi…per fortuna che esistono differenze tra il modello americano e quello italiano…in America il congresso non ha la facoltà di sfiduciare il governo…come avviene in Italia…i ministri devono rispondere del loro operato solo ed esclusivamente nei confronti del Presidente che è sia capo dello Stato e sia capo del governo…io in questo ritrovo forti analogie con il regime fascista…non so voi…non prenderei l’America,come modello di democrazia…piuttosto..strizzerei un occhio al modello francese, o a quello inglese..praticamente perfetto…2 partiti..mica come in Italia…dove uno si alza la mattina,e sceglie di fare un partito…la frammentazione del consenso elettorale qui da noi è esponenziale…ed è un problema da affrontare.
17 Ottobre 2007 a 0:04
globali
LadyDietrich, hai ragione quando ti concentri su alcuni limiti della democrazia partecipativa. Tuttavia esistono degli esempi in cui si è riusciti a tradurre questa idea in un processo decsionale concreto. L’esempio principe è quello del bilancio partecipativo di Porto Alegre (in Brasile). E’ una città di quasi un milione e mezzo di abitanti e, attraverso una serie di procedure di consultazione dei cittadini e di esperti su varie materie, si è riusciti a stilare il bilancio della città. In realtà la quota di bilancio decisa collettivamente era circa il 25%, ma non è poco.
La condizione perchè un sistema simile abbia successo è legato alla dimensione locale. A Porto Alegre le consultazioni erano a livello di circoscrizioni (tipo le nostre zone) e alla fine del processo ogni circoscrizione comunicava al municipio le proprie priorità. Stava al municipio fare una sintesi. In questo ha ragione emabardo quando cita la necessità di un’organizzazione federale.
Infine, hai perfettamente ragione nel dire che se la democrazia partecipativa si esaurisce nella scelta tra un “sì” e un “no”, beh… non è proprio una gran partecipazione.