[Se vuoi, questa è la colonna sonora del post]

Spalancammo la porta e ci ritrovammo nel sogno. Un incubo sconosciuto, ma già mille volte sognato. La giuria era schierata davanti a noi, con le penne fumanti e i sorrisi stanchi. Il vostro onore fu il primo ad aprire bocca:

“Cosa volete, qui?”

Stupiti da quella visione, ci guardammo perplessi. Parla tu… E così cominciai a parlare.

“Abbiamo mille domande, signori. Per questo siamo qui. Per gridare le nostre domande e il nostro disappunto.”

“Che ne sapete voi? Se non avete le risposte, come vi permettete di fare domande?” – si indignò vostro onore.

“Ma se non facciamo le domande, come possiamo conoscere le risposte?”

“Le risposte arrivano senza bisogno di fare domande, ragazzini. E non sta a voi decidere quali siano le domande da fare.” – proseguì il vostro onore – “E’ chi controlla le risposte che decide le domande, non lo sapevate?”

“Ma vostro onore,”- continuai io – “non avete nemmeno un po’ di curiosità? Dietro ogni domanda ci sono mille risposte… come potete accontentarvi di poche domande e ancora meno risposte?”

“Stai zitto, ignorante!” – replicò vostro onore – “Come ti permetti di parlarmi così? Tu non capisci che quello che noi facciamo lo facciamo per amore. Amore del nostro sogno, amore di tutti coloro che lo popolano”.

“Vostro onore, se posso permettermi, a noi sembra che il vostro non sia amore, ma paura di perdere il controllo del sogno…”

“Verme schifoso… cosa parli tu di amore? Ma che ne sai?” – si inalberò vostro onore diventando tutto rosso in faccia.

“Noi stiamo imparando ad amare, vostro onore, e a rispettare tutti i sogni, anche quelli diversi da quello in cui siamo” -ribattei.

“Stronzetto insolente, l’amore non si impara. L’amore lo si governa e basta. E se non c’è amore a sufficienza, si deve avere il coraggio di imporlo. E voi non avete amore”.

Detto questo, quattro guardie ci si fecero accanto e iniziarono a colpirci gli stinchi con delle piccole mazze alla cui estremità c’era una palla di piombo a forma di cuore piena di spine metalliche.

Le spine ci entravano nella carne provocando dolori incredibili. Ci rivolgemmo ai membri della giuria gridando: “Aiutateci! Questo non fa parte delle regole del sogno… nei sogni non ci si può far male!”

Ma i giurati, lungi dal placare la furia delle guardie, iniziarono a ridere a crepapelle, quasi avessimo appena raccontato una storiella divertente. Si davano di gomito facendo il verso al nostro lamento. Le loro risate producevano dei suoni potentissimi, quasi fossero amplificate da qualche diavoleria… E così accadde che tutti gli abitanti del sogno sentivano più le loro risate che i nostri lamenti… e nessuno arrivò in nostro soccorso.

Ad un certo punto, le guardie si erano un po’ placate e noi stavamo cercando di riprendere le forze, un ufficiale con una divisa bianchissima piena di bottoni rossi si avvicinò a vostro onore per sussurrare qualcosa nel di lui orecchio. Aveva un orecchio enorme, quel vostro onore lì. Ed anche occhi, occhi bianchi grandi come limoni.

Vostro onore assunse un’espressione grave, intensa, quasi stesse recitando:

“Gentili convenuti,” – disse rivolto a noi – “sono molto addolarato nel comunicarvi che un vostro compagno è uscito dal sogno. Possiamo dire che se l’è cercata, ma ciò non diminuisce la pietà che noi tutti dobbiamo provare. Era un essere senza amore e senza futuro e per questa ragione la giuria della stanza 201 lo ha espulso definitivamente dal sogno.”

Stravolti dalle ferite sanguinanti e dal dolore per la notizia appena appresa, mi rivolsi per un ultima volta verso vostro onore: “Vostro onore, ma che state facendo? Non si era mai visto un sogno così… E perchè espellere quel ragazzo? Che cosa aveva fatto di così grave?”

“Quel ragazzo stava sostenendo che noi, invece che amore, stavamo praticando odio. Quel ragazzo, invece di recitare le risposte che avevamo preparato per lui, ci stava rivolgendo domande che noi non vogliamo sentire. Quel ragazzo ha subito il destino che subiranno anche le vostre idee”.

Detto questo, le guardie ci scortarono fino ai confini della veglia, non mancando di insultarci ancora un po’. Noi eravamo atterriti. Non avevamo mai sognato così forte da sanguinare. E così, prima di riprendere il cammino verso la veglia, fermai un ragazzo che aveva la nostra stessa aria affranta e rabbiosa insieme e gli chiesi se per caso conosceva il nome del ragazzo uscito dal sogno.

“Sì”- mi rispose – “Si chiamava Carlo Giuliani“.

[Colonna sonora by solcarlus]

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