Un monsignore, capoufficio di un importante dicastero pontificio, volto noto di una emittente cattolica, curatore di rubriche giornalistiche a carattere religioso, è attualmente sotto processo presso un tribunale del Vaticano per un reato che nelle moderne domocrazie non è più tale da moltissimo tempo. Il reato contestatogli è quello di essere gay. L’alto prelato ha ammesso la sua omosessualità durante una trasmissione televisiva. Il suo volto e la sua voce erano contraffatti, ma qualche attento funzionario vaticano ha riconosciuto gli arredi e alcuni dettagli architettonici dell’ufficio in cui era stata registrata l’intervista, risalendo al monsignore.

La cosa che mi ha colpito è che nell’intervista il monsignore parla con estrema naturalezza del fatto di essere gay, lamentandosi del fatto che lui (e molti altri come lui) siano costretti a tenere questa cosa nascosta per via della rigida e intransigente politica vaticana su questa materia. C’è probabilmente una chiesa che è su posizioni molto diverse da quelle assunte dalle gerarchie vaticane. Ci sono preti, parroci e suore che probabilmente non condividono affatto le posizioni reazionarie della Chiesa Cattolica e che attuano una silenziosa ribellione contro l’autorità vaticana.

Attenzione: qui si sta parlando di omosessualità, non di pedofilia. Esistono altri Stati in cui l’omosessualità è un crimine. Stati come l’Iran, l’Arabia Saudita, l’India che tutti noi, per questa ragione, condanniamo.

Perchè lo Stato del Vaticano può processare una persona per omosessualità nell’indifferenza di tutti, ma proprio di tutti?

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