La discussione nata dal mio post precedente, mi spinge ad alcune considerazioni sul rapporto tra democrazia (partecipativa o meno) e informazione. L’informazione, tra l’altro, pare sarà la protagonista del prossimo V-Day di Grillo.

Il problema centrale di ogni democrazia rimane quello del controllo del potere, come dice emabardo. Per quanto riguarda l’informazione, non è vero che non serve a nulla come invece sostiene Francesco: io penso che sia uno dei nodi centrali. L’informazione, come scrive apolide nel suo commento, dovrebbe proprio essere uno dei poteri che controlla quello politico. In Italia, invece, i grandi gruppi editoriali che controllano i mainstream media hanno più un approccio di collaborazione con il potere politico, piuttosto che di vigilanza. In questo modo abbiamo delegato la funzione di controllo del potere politico alla sola magistratura, con alcune conseguenze negative di cui non è certo responsabile la magistratura.

Pensate, per esempio, al caso di Andreotti. La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980» (approfondisci). Visto che però il reato di partecipazione all’associazione per delinquere (Cosa Nostra) è andato in prescrizione, il senatore a vita ne è uscito immacolato, agli occhi dei media e dell’opinione pubblica. Cioè a dire: se uno non è stato condannato, allora è una brava persona.

Ma il ruolo dell’informazione dovrebbe essere invece quello di mettere sul tappeto le responsabilità politiche, non quelle penali. Il fatto che Andreotti abbia avuto una “amichevole disponibilità verso i mafiosi” dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per non invitarlo più a Porta a Porta e sentirlo pontificare su ogni cosa, dai valori della famiglia alla crisi della politica. E qui non è nemmeno solo il giornalismo. Vi ricordate che l’azienda di telefonia 3 ha utilizzato Andreotti come testimonial? Ma vi sembra normale che un’azienda affidi la sua immagine a uno che è stato giudicato amico dei mafiosi?

Ma ci sono le eccezioni. Travaglio è una di queste (tra parentesi: non mi sembra che sia finito male, come dice apolide: è tutte le settimane in tv e scrive su almeno due o tre giornali). Travaglio è bravo, ma a volte quando lo ascolto sento riaffiorare quella delega al potere giudiziario, quell’abdicare da parte della professione giornalistica. Perchè l’approccio di Travaglio è tutto orientato sul penale, spesso addirittura le sue argomentazioni si limitano a citare le sentenze. Rischiando però di mettere sullo stesso piano Previti condannato per corruzione in atti giudiziari e Roberto Maroni condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Per la giustizia sono due reati penali, ma politicamente non sono la stessa cosa!

In questo senso il giornalismo (italiano ma non solo) dovrebbe imparare a fare il suo mestiere di controllore del potere, usando gli strumenti del giornalismo, non quelli della giustizia. Strumenti che possono essere anche più pericolosi per il potere. Sicuramente sono più veloci e non vanno in prescrizione.

P.S. Una nota interessante riguarda i nomi delle testate giornalistiche storiche. In Inghilterra i nomi sono “The Guardian”,The Observer”, “The Sentinel”, che evocano la funzione di vigilanza che essi dovrebbero esercitare. In Italia sono “Corriere”, “Messaggero”, “Gazzettino”, e sembrano richiamare l’immagine di “megafoni” del potere, reggitori di microfoni.

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