Secondo l’Osservatore Romano, la sentenza della Cassazione sul “caso Eluana”, è frutto di un “relativismo dei valori“, che risulta “inaccettabile soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita”.

Si continua ad utilizzare il termine “relativismo” a sproposito. Quando qualcuno propone valori che alla Chiesa non vanno bene, loro parlano di “relativismo”. In questo caso, oltre a un po’ di umanità, si è affermato un principio: nel caso in cui sia stata provata la condizione irreversibile di stato vegetativo e sia noto il convincimento etico dell’interessato, si possono interrompere le cure.

La Chiesa ha tutto il diritto di criticare questa visione, ma non può parlare di “relativismo”. Questo principio è basato su valori alternativi a quelli della Chiesa Cattolica, ma sempre valori sono. E’ la Chiesa Cattolica, piuttosto, ad essere un po’ “relativista”: mentre i comuni mortali devono sottostare alle sue leggi, Giovanni Paolo II ha potuto avvalersi di “valori alternativi”…

“(…) Cardinale, ma nel caso di papa Karol Wojtyla, chi ha deciso di non portarlo al Policlinico Gemelli quel 30 marzo 2005 (Giovanni Paolo II è morto la sera del 2 aprile 2005, ndr)? «Lui. Chiese: “Se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?”. La risposta fu no. Allora replicò: “Resto qui, mi affido a Dio”». E’ un rifiuto all’accanimento terapeutico? «Sì, nel senso di cure sproporzionate e inutili», dice Lozano Barragán. (…)” [Leggi tutto]

[Aggiornamento delle 15.20]: Su questo tema, ho appena letto un post di emabardo molto pertinente e che coglie un aspetto normalmente poco considerato.

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