Ricevo da un amico un intervento in relazione a un mio post di qualche giorno fa (Ratzinger is back). Mi sembra molto interessante perchè mostra come la Chiesa abbia anche un altro modo di parlare, un altro modo di concepire le relazioni tra Stato e religione, tra valori “civili” e valori “religiosi”. Per questo la propongo all’attenzione di tutti. Un’altra Chiesa è possibile?

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Caro Globali,

[…] l’enciclica papale pare aver fatto regredire di molti anni le aperture nate con il Concilio vaticano secondo[…]. Spero, e credo, però che la Chiesa non sia (solo) questo.
 
Mi sembra quindi utile diffondere l’intervento che monsignor Gianfranco Bottoni – già stretto collaboratore del card. Martini ed attuale responsabile dell’ufficio Ecumenismo e dialogo dell’arcidiocesi di Milano – ha tenuto in occasione della cerimonia del primo novembre al cimitero Maggiore di Milano al campo dove sono sepolti i partigiani.

“La tradizione cristiana celebra oggi, primo di novembre, la festa di tutti i santi e domani fa commemorazione di tutti i defunti. Due celebrazioni tra loro legate e quasi sovrapposte. Nella denominazione di entrambe compare una prospettiva universale: “tutti” i santi e “tutti” i defunti.

La festa odierna esprime infatti la convinzione che moltissimi sono i santi ignorati in terra, ma riconosciuti in cielo. Questi sono infinitamente di più di quelli canonizzati dalle istituzioni ecclesiastiche. È dunque particolarmente significativo in questa festa ricordare, anche in questo luogo, la molteplicità di santi nascosti, testimoni di una santità popolare, laica e anonima.

Anche il 2 novembre, commemorazione cristiana dei morti, riguarda tutti i fedeli defunti, senza precisarne i confini. Infatti  – come amava ripetere il Card. Martini –  non ci sono credenti da una parte e non credenti dall’altra. Il confine tra credere e non credere attraversa invece il cuore di ciascuno di noi. Tutti siamo credenti e non credenti e nessuno di noi può giudicare della fede né dei vivi né dei morti. Il cristiano dovrebbe solo essere testimone di una speranza universale, ovvero è chiamato a sperare per tutti.

Nel contesto di queste due date significative della tradizione cristiana, a convocarci qui oggi non è però un motivo religioso, bensì la memoria dei Caduti che ricordiamo in questo “Campo della Gloria”. Qui siamo convocati da una memoria laica e civile. Qui non ricordiamo i martiri di una fede religiosa, né compiamo un atto di culto per tutti i defunti. In questo luogo invece proclamiamo la gloria di chi ha rischiato e perduto la vita combattendo per valori di giustizia e libertà, di uguaglianza e democrazia.

Questi valori sono infatti principi sui quali si fonda il patto costituzionale che ha dato vita alla nostra Repubblica, nata dalla Resistenza partigiana e consacrata dal sangue dei Caduti nella guerra di Liberazione nazionale. Siamo qui pertanto per dare espressione civile e laica all’esigenza, che è di ogni società, di rifarsi ai propri fondamenti. Un’esigenza indispensabile per non perdere di vista l’unità nazionale e la coscienza democratica. Indispensabile per rinsaldare il proprio cammino nella storia alla ricerca della pace e del bene comune, in quella “casa di tutti”, che è e deve essere la “polis”, la “città dell’uomo” con le sue istituzioni temporali.

Allora non possiamo e non dobbiamo confondere la “pietas” cristiana con la “pietas” civile. Le due diverse prospettive di “pietas” si devono tenere distinte, senza contrapporle come alternative, secondo la stessa visione cristiana, che distingue l’ambito spirituale da quello temporale. La prima (quella cristiana), se ispirata dall’evangelo, anticipa la luce dell’ultimo e nuovo giorno e, in tale luce, apre i cuori a non fare distinzione tra defunti, ma a sperare e pregare per tutti indistintamente. Non altrettanto farà la “pietas” civile. Per la società civile è doveroso non mettere tutti i morti sullo stesso piano. Non tutti infatti, nella loro vita e con la loro morte, hanno voluto che la “polis” terrena fosse la “casa di tutti”.

La casa è di tutti se nessuno se ne appropria, come invece aveva fatto il fascismo e ancora potrebbe fare sotto mutate spoglie. Ma, in una società pluralista, la casa non sarebbe più di tutti neppure qualora, per tentare di risolvere problemi ancora aperti dell’unità nazionale o per guarire ferite non sanate nel nostro paese, si cadesse nella tentazione di sostituire alla “pietas” civile, che deve distinguere tra morti e morti, quella specifica di una fede particolare. Di nessuna fede. Lo dico pensando alla stessa mia fede di cristiano. Certamente in nome di questa posso essere spinto a considerare i morti tutti uguali davanti a Dio e a metterli, nella mia coscienza interiore e personale, gli uni accanto agli altri. Ma questo non mi sottrae dal senso della cittadinanza che condivido con più e diverse sensibilità nella “comune” città terrena, nella quale e per la quale non metterò mai sullo stesso piano né troverei accettabile l’idea di seppellire o di onorare gli uni accanto agli altri i caduti sugli opposti fronti della guerra di liberazione nazionale.

Che gli uni e non gli altri siano sepolti e onorati in questo Campo della Gloria non è conseguenza delle ragioni di forza di cui disponevano i vincitori sui vinti. È invece la civica “pietas” ad esigerlo, perché la città libera e democratica ha tra i suoi padri soltanto coloro che hanno scelto di combattere per liberarla e restituirla alla sovranità popolare. Né qui né in altro luogo della nostra città, medaglia d’oro della Resistenza, il pur apprezzabile desiderio di promuovere la riconciliazione nazionale dovrà portarci a mettere tutti i morti sullo stesso piano, cadendo in una sorta di “relativismo della memoria”.   

Solo nel dialogo paziente tra le varie componenti sociali e religiose, nel confronto intelligente tra le differenti visioni culturali e ideologiche, nella mediazione democratica tra le contrapposte posizioni politiche è possibile avanzare positivamente sulle vie della riconciliazione nazionale e pervenire ad un consenso politico, valido per l’intera “polis”. Ogni altra via è illusoria scorciatoia. Nell’attuale società pluralista e laica avrà diritto di cittadinanza solo il consenso che potrà essere razionalmente argomentato, democraticamente perseguito, liberamente proposto alle coscienze. La laicità della “polis” e delle sue istituzioni civili e la democraticità dei processi di formazione del consenso sono due condizioni fondamentali e irrinunciabili per favorire un reale superamento di antiche fratture e contrapposizioni non ancora ricomposte.

In questo, come in ogni altro processo democratico di promozione del consenso, gli esponenti delle componenti religiose abbiano lucida la consapevolezza di rappresentare solo una parte della società civile e vigile l’attenzione a non prevaricare. Non abbiano la pretesa di possedere in esclusiva l’unica vera cognizione del “bene comune” per l’intera società o del senso etico universale. Sulla scena pubblica le voci religiose siano sì valorizzate (non certo emarginate), ma solo nella misura in cui esse sanno accedervi senza eccessive sovraesposizioni mediatiche e senza indebite ingerenze nella sfera politica. In ogni realtà religiosa ai suoi rappresentanti si presenta forte la tentazione del protagonismo e del potere, di un potere che dichiarandosi spirituale spesso persegue benefici e obiettivi temporali. Senza una vigorosa e consapevole dose di autocritica, le religioni restano in una sorta di ambiguità. Hanno certamente grandi tesori di sapienza, ma sono anche esposte a tentazioni fondamentaliste e integraliste diventando, in questa eventuale deriva, facile preda a strumentalizzazioni politiche.

La politica, l’intera società e, al suo interno, le comunità religiose hanno oggi bisogno di crescere in laicità e democrazia. Per questo scopo diamo il nostro impegno a favore dell’Italia”.

Milano, Campo della Gloria, 1 novembre 2007 – Intervento di Gianfranco Bottoni