Quando questa mattina ho appreso la notizia del tentato sgombero del centro sociale Conchetta di Milano ho pensato subito a mio figlio, che ha poco più di un anno. Dico “tentato” perchè pare che l’atto non sia molto legale e potrebbero esserci sviluppi. In ogni caso, si tratta del dispiegarsi di una strategia che dura da qualche tempo, finalizzata a chiudere tutti luoghi di cultura, socialità e creatività alternativi. E non parlo solo dei centri sociali, dato che un destino simile sta investendo, per esempio, la sede dell’Anpi.

Dicevo, mio figlio. Ho pensato a tutto quello che gli mancherà quando sarà adolescente, se questa tenace battaglia dell’amministrazione comunale milanese dovesse avere successo e anche l’ultimo spazio di socialità indipendente dovesse venire chiuso. Più che rabbia ho provato tristezza. Io non sono mai stato un assiduo frequentatore di centri sociali, ma sono comunque stati un punto di riferimento importante. In luoghi simili al Conchetta mi sono divertito, ma ho anche discusso di politica, ho rinsaldato amicizie, ho contribuito a creare e gestire una scuola di italiano per stranieri.

Nella libreria del Conchetta ho alimentato la mia curiosità e quando la dj suonava il disco giusto io e il mio gin tonic sapevamo ballare a tempo. Al Leoncavallo ho partecipato ad appassionate riunioni politiche e gruppi di lavoro e ho ascoltato buona musica dal vivo. Del Vittoria ho sperimentato i bagni gelidi, visitati nel mezzo di una lezione alla mia classe di “clandestini” più o meno alfabetizzati o subito prima di iniziare una disastrosa (per me) partita di biliardino con dei fuoriclasse egiziani (e una fuoriclasse italiana).

Per questo oggi sono triste. Perchè il sistema per calcolare il valore di un luogo si è ridotto a quello del metro quadro e sulla base di questo metodo si prendono decisioni gravi e ingiuste come quelle di stamattina. E mio figlio vivrà un sacco di belle esperienze, incontrerà gente meravigliosa e avrà momenti di creatività e di gioia. Ma mi rattrista la possibilità che non potrà mai provare quella stessa delicata sensazione di libertà, quello stesso piacere di abitare un territorio conquistato e restituito, quello stesso orgoglio di costruire socialità e cultura, concretamente, con le proprie mani, che io ho potuto provare frequentando questi luoghi.

Milano sta diventando una città di immobili. E chi non si muove, di solito, è morto.