Il nuovo beniamino degli “indignati” italiani è, da ieri, Mario Draghi. Questo capolavoro di strategia politica lo dobbiamo ai gruppi che ieri, a Roma, hanno deciso di “praticare il conflitto”, come dicono loro. Ma, forse, non solo a loro.

Dunque, ieri è stata una giornata di mobilitazione globale. In più di ottanta paesi il movimento dei cosiddetti “indignati” ha occupato strade e piazze di 952 città per contestare il potere finanziario globale. Gli scontri, però, sono avvenuti praticamente solo a Roma.

La cosa credo meriti una riflessione. In Italia, infatti, siamo straordinariamente incapaci di imparare le lezioni del passato. Questo vale a livello di classe dirigente, ma evidentemente anche a livello dei movimenti. Non voglio ridurre il discorso al solito “violenza sì/ violenza no”. Personalmente, vedere gruppi di gente vestita di nero con i volti coperti, le spranghe in mano che si muovono compatti e con disciplina quasi militare, mi fa proprio incazzare di brutto. Ma il punto non è questo: in Val di Susa, per esempio, si fa un uso della violenza da parte dei No Tav finalizzata a un obiettivo preciso e a portata di mano: la chiusura dei cantieri. Il punto qui non è se si accettano o meno pratiche violente, bensì l’incapacità di gestione e di organizzazione, l’assenza di obiettivi e sbocchi politici.

SUL COORDINAMENTO DEL 15 OTTOBRE.
Quello che mi sconcerta è che – da quello che ho visto e letto, non essendo stato presente a Roma –  l’esito catastrofico della manifestazione sia sopratutto il frutto delle divisioni, degli scazzi e della disorganizzazione di chi ha coordinato la gioranta di ieri. Pare che a tutti fosse infatti noto che ci sarebbero stati atti violenti (chi ha partecipato alle riunioni di preparazione dice che l’argomento era stato palesemente messo sul tappeto da parte di alcuni gruppi): perché non si sono messi in campo strumenti per contenere questa violenza? Bastava, come qualcuno aveva pure suggerito, scegliere la formula dei sit-in sparsi per la città (o del sit-in/accampamento tipo Madrid) per rendere molto più difficile ai gruppi violenti mimetizzarsi nella massa e utilizzare gli altri manifestanti come scudo. E’ quello che è accaduto in tutti gli altri paesi del mondo. Perché, dieci anni dopo Genova, non si è ancora imparata quella dura lezione e ci ritroviamo ancora schiacciati nello stesso angolo di allora?

In Italia sembra che siamo destinati a ripetere meccanicamente le dinamiche di sempre: corteo e comizio per i “buoni”; vetrine spaccate, auto incendiate e “sbirri assassini” per i “cattivi”. Il mondo  sta cambiando sotto i nostri occhi, i movimenti più disparati in tutto il mondo inventano nuove ed efficaci forme di mobilitazione. Noi siamo fermi agli anni ’70.

Cazzo, non è un gioco.  Non ci si può mettere alla guida di un movimento contro il potere finanziario globale e pretendere che tutti ti lascino fare la tua manifestazione in santa pace. La polizia non è stata gestita bene? Può essere. I politici strumentalizzano gli scontri? Che sorpresa! I mass media danno spazio solo alla violenza oscurando i contenuti giusti della manifestazione? Accade sempre così da decenni!!! Non si può continuare a fare le vittime pretendendo che queste cose non accadano. Bisogna farci i conti, ma bisogna farli per tempo.

SUI RIOTERS.
In rete, poi, si leggono i commenti di chi sostiene la protesta violenta. Si può discuture se sia giusto avere un atteggiamento sempre e solo non-violento. Ma ieri è accaduto qualcosa di più grave. I rioters hanno attaccato in primis gli altri manifestanti, e alcuni lo rivendicano: l’obiettivo è indirizzare il movimento verso la lotta violenta, e chi non è d’accordo con queste pratiche viene attaccato e spinto a lasciare il campo. La bomba carta che è esplosa nelle mani del militante di SEL che tentava di allontanarla, giaceva in mezzo ai manifestanti, non dentro gli uffici della BCE. Questa gente, poi, pensa che il problema della finanza globale stia negli sportelli bancomat… Cioè: qual è l’obiettivo della violenza? Qual è la strategia politica che ci sta dietro? Che senso ha praticare la violenza in un’unica data simbolo e in modo così sconsiderato? Da domani cosa cambia? Se fossero davvero convinti che la violenza sia la strada giusta, perchè praticarla una volta all’anno, per di più nascondendosi in mezzo a una manifestazione pacifica? L’unico coordinamento di cui sono stati capaci coloro che hanno “praticato il conflitto” è stata quella di coordinare gli scontri, ma non sono in grado di organizzare altro… Non ci sarà forse il bisogno che qualcuno raccolga questa rabbia e dia degli sbocchi politici?

SUL CONSENSO.
Si sottovaluta drammaticamente l’importanza del consenso. Se hai il consenso, puoi permetterti di “praticare il conflitto” in forme molto più avanzate. Per esempio, se hai il consenso, finita la manifestazione puoi permetterti (come stanno facendo in queste ore a Barcellona) di andare ad occupare appartamenti sfitti e darli a chi è stato sfrattato e vive in mezzo alla strada. I teorici della violenza di piazza potrebbero provare oggi ad andare a occupare un appartamento sfitto a Roma e vedere cosa succede…

Sarebbe ora che si iniziassero a giudicare i comportamenti delle persone anche dagli esiti politici che determinano. Negli USA il 56% dell’opinione pubblica appoggia le proteste. Da noi Mario Draghi, la personificazione del potere finanziario internazionale, è un eroe.