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Oggi ho letto dei dati interessanti sul blog di Beppe Grillo. Riguardano i quantitativi di petrolio estratti dall’area del Golfo Persico. Dai dati emerge che, nei prossimi anni, il controllo di quell’area sarà ancora più strategico che in passato, dato vi sarà estratto il 30% del fabbisogno mondiale.

Non ho capito cosa pensi Grillo (non l’ho capito veramente). Io penso che quando si parla di “terrorismo”, “al queda”, “bin laden” si stia parlando proprio di questo: chi controllerà il Golfo Persico nei decenni a venire? Il nostro sistema di mass media continua a propinarci una versione incredibile (cioè non-credibile) della cosiddetta “lotta al terrorismo“. Questa versione afferma che Bin Laden è a capo di un’organizzazione terroristica che “odia l’Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia” e per questo ci ha dichiarato guerra senza che noi si abbia alcuna responsabilità, se non quella di avere uno stile di vita che non piace ai fondamentalisti islamici.

Ora, converrete con me che è una teoria un tantino semplicisitica e irrealistica. La mia opinione è un’altra: siamo nel mezzo di una guerra per il controllo delle fonti petrolifere del Medio Oriente e del Mar Caspio (vedi Afghanistan). Tutto parrebbe essere iniziato con l’installazione di alcune basi militari statunitensi in Arabia Saudita dopo la prima guerra del Golfo (1991). Questa mossa sarebbe stata vista (a torto o a ragione, si può discutere) da una parte di alcuni interessi regionali (Bin Laden viene da una famiglia con rilevantissimi interessi economici) come il primo passo di un’occupazione più massiccia dell’area da parte degli Usa, che si è effettivamente verificata. A questo si sono sicuramente mescolati aspetti legati alle identità religiose e nazionali, ma il succo della questione è che i “terroristi” (cioè il nome che noi abbiamo dato a un gruppo di potere che vuole affermare il proprio controllo sull’area) non ci odiano perchè abbiamo la democrazia ma perchè secondo loro vogliamo impadronirci del loro greggio. Non a caso “Al Queda” (altro nome che abbiamo dato a quello stesso gruppo di potere) ha tra i suoi obiettivi anche i paesi islamici che in qualche modo hanno consentito agli Usa di “mettere un piede” nell’area, vedi appunto l’Arabia Saudita (a meno che qualcuno non voglia sostenere che l’Arabia Saudita sia un esempio di civiltà democratica e per questo è così odiata dai fondamentalisti).

Ovviamente le cause della guerra in corso non si esauriscono in questi aspetti. Ma ritengo che questa sia una delle cause più rilevanti. E in gioco ci sono cose molto concrete, perchè controllare il petrolio vuol dire sviluppo economico, riscaldamento, benzina per i nostri Suv, materie prime per le nostre industrie, mantenimento degli equilibri politici ed economici globali. Perchè non cominciare a discuterne apertamente?

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Nei giorni in cui si iniziano a contare le ore che mancano alla crisi di governo e alle (probabili) nuove elezioni, Beppe Grillo scrive un post fuori dal mondo in cui, tra l’altro, suggerisce a Prodi di “pubblicare prima le proposte del Consiglio dei Ministri on line, leggere i commenti e poi procedere“. O Grillo abita sulla Luna o non si rende conto che tra un po’ le leggi non le farà Prodi dopo averle pubblicate sul blog di Grillo, ma le farà Berlusconi dopo averle fatte scrivere a Previti. Quanto all’idea di leggere i commenti, è un suggerimento che rivolgo anche a Grillo.

L’oggetto del contendere è la famigerata legge “Levi-Prodi” sull’editoria con annesse accuse di bavaglio ai blog. L’accusa di Grillo è che il governo “ci ha provato”, è stato smascherato e ora fa retromarcia. L’argomentazione a sostegno di tutta la sua critica è che Ricardo Levi sarebbe un “signor Nessuno”. Argomentazione piuttosto fragile che potrebbe essere tranquillamente rigirata contro chiunque, contro di me, contro Grillo, contro il mio fruttivendolo. Oggi lo definisce anche “arzillo vecchietto”, usando una tecnica oratoria un po’ meschina.

Infine, davvero non capisco lo scandalo. C’è una proposta di legge (che è una cosa pubblica). L’opinione (pubblica) l’ha letta e ne è nato un dibattito (pubblico). In Parlamento ci saranno discussioni (pubbliche) in cui ognuno si assumerà la responsabilità. Questa si chiama democrazia, dov’è il complotto? Anche a me non piaceva quella proposta come era formulata e ringrazio chi, tra la società civile, ha sollevato il problema permettendone un miglioramento. Aggiungo che questo è uno dei compiti della società civile, è una sua funzione: non è un’anomalia. Non credo che la classe politica debba occuparsi di tutto al nostro posto. Credo sia normale che la classe politica faccia degli errori e credo sia normale che la società civile li segnali. Ora bisogna continuare a vigilare, certo, ma non capisco questo attacco a testa bassa (oltretutto personale). 

Trovo un po’ più scandaloso, invece, che tre ministri presenti al Consiglio dei Ministri in cui questo provvedimento è stato discusso, ora dicano che “non c’ero, se c’ero non mi sono accorto, se mi sono accorto sono dovuto andare via”. Questo si chiama non assumersi le proprie responsabilità. E, questa sì, è una cosa brutta. Che uno sia un signor Nessuno o un signor Qualcuno, che uno sia un giovane aitante o un arzillo vecchietto, è brutta lo stesso. 

Leggo un interessante intervento sul blog di Grillo sul problema giovani/casa/bamboccioni (l’infelice uscita di Padoa Schioppa). Quella lettera è perfetta perchè fotografa la situazione citando le cifre e i fatti essenziali. Quello su cui non sono d’accordo al 100% è l’obiettivo della critica. Mi ricollego al discorso già più volte fatto, alla constatazione che esiste un potere economico che troppo spesso non viene preso in considerazione da chi critica “il Sistema“.

E’ infatti giusto richiedere al governo di aiutare chi vuole acquistare un casa, ma è stupefacente che ci si scandalizzi solo per i mancati aiuti statali e non per il fatto che con 70.000 Euro puoi comprarti al massimo due box. Il vero scandalo sono i prezzi del mercato immobiliare: è a questo livello che occorre intervenire. Ci sono finanziarie e società immobiliari che stanno accumulando miliardi di euro (i nomi di Ricucci e Coppola vi dicono niente?) con operazioni speculative indecenti. E’ a causa del mercato immobiliare impazzito che il giovane ospite del blog di Grillo non riesce a comprare casa (tra parentesi, anche se so di attirarmi critiche: perchè uno deve comprare casa per forza? In affitto non va bene?). E’ giusto chiedere al governo di intervenire, ma non finanziando gli acquisti (e quindi continunando a ingrassare gli speculatori che in questo modo potranno mantenere i prezzi alle stelle), o almeno non solo: occorre calmierare i prezzi di mercato, porre un freno ai profitti degli speculatori. Penso che sia questa la vera urgenza.

La discussione nata dal mio post precedente, mi spinge ad alcune considerazioni sul rapporto tra democrazia (partecipativa o meno) e informazione. L’informazione, tra l’altro, pare sarà la protagonista del prossimo V-Day di Grillo.

Il problema centrale di ogni democrazia rimane quello del controllo del potere, come dice emabardo. Per quanto riguarda l’informazione, non è vero che non serve a nulla come invece sostiene Francesco: io penso che sia uno dei nodi centrali. L’informazione, come scrive apolide nel suo commento, dovrebbe proprio essere uno dei poteri che controlla quello politico. In Italia, invece, i grandi gruppi editoriali che controllano i mainstream media hanno più un approccio di collaborazione con il potere politico, piuttosto che di vigilanza. In questo modo abbiamo delegato la funzione di controllo del potere politico alla sola magistratura, con alcune conseguenze negative di cui non è certo responsabile la magistratura.

Pensate, per esempio, al caso di Andreotti. La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980» (approfondisci). Visto che però il reato di partecipazione all’associazione per delinquere (Cosa Nostra) è andato in prescrizione, il senatore a vita ne è uscito immacolato, agli occhi dei media e dell’opinione pubblica. Cioè a dire: se uno non è stato condannato, allora è una brava persona.

Ma il ruolo dell’informazione dovrebbe essere invece quello di mettere sul tappeto le responsabilità politiche, non quelle penali. Il fatto che Andreotti abbia avuto una “amichevole disponibilità verso i mafiosi” dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per non invitarlo più a Porta a Porta e sentirlo pontificare su ogni cosa, dai valori della famiglia alla crisi della politica. E qui non è nemmeno solo il giornalismo. Vi ricordate che l’azienda di telefonia 3 ha utilizzato Andreotti come testimonial? Ma vi sembra normale che un’azienda affidi la sua immagine a uno che è stato giudicato amico dei mafiosi?

Ma ci sono le eccezioni. Travaglio è una di queste (tra parentesi: non mi sembra che sia finito male, come dice apolide: è tutte le settimane in tv e scrive su almeno due o tre giornali). Travaglio è bravo, ma a volte quando lo ascolto sento riaffiorare quella delega al potere giudiziario, quell’abdicare da parte della professione giornalistica. Perchè l’approccio di Travaglio è tutto orientato sul penale, spesso addirittura le sue argomentazioni si limitano a citare le sentenze. Rischiando però di mettere sullo stesso piano Previti condannato per corruzione in atti giudiziari e Roberto Maroni condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Per la giustizia sono due reati penali, ma politicamente non sono la stessa cosa!

In questo senso il giornalismo (italiano ma non solo) dovrebbe imparare a fare il suo mestiere di controllore del potere, usando gli strumenti del giornalismo, non quelli della giustizia. Strumenti che possono essere anche più pericolosi per il potere. Sicuramente sono più veloci e non vanno in prescrizione.

P.S. Una nota interessante riguarda i nomi delle testate giornalistiche storiche. In Inghilterra i nomi sono “The Guardian”,The Observer”, “The Sentinel”, che evocano la funzione di vigilanza che essi dovrebbero esercitare. In Italia sono “Corriere”, “Messaggero”, “Gazzettino”, e sembrano richiamare l’immagine di “megafoni” del potere, reggitori di microfoni.

In un intervento apparso sul blog di Beppe Grillo, Noam Chomsky (che per me rimane uno dei più importanti pensatori del nostro tempo) interviene sul tema della democrazia partecipata vs. democrazia della rappresentanza.

L’ideale di democrazia partecipata (il cui modello originario si ispira all’agorà della antica Atene aperta a tutti i cittadini) è una visione molto allettante. Rimangono però alcuni ostacoli di fondo. La prima è la questione “quantitativa”: nella Grecia antica coloro che erano considerati “cittadini” erano una ristretta minoranza. Oggi i cittadini di uno stato sono decine di milioni di persone, il che rende l’operazione più complessa. Personalmente, non ritengo questo un ostacolo di per sè insormontabile. Penso che, aiutati dalla tecnologia e da soluzioni istituzionali ben ragionate, ci si potrebbe avvicinare al modello, e  in alcuni contesti locali ci si sta già provando. Ma il problema più grande, a mio avviso, è quello “qualitativo“, riconducibile al controllo degli strumenti di formazione dell’opnione pubblica. Affidare, per esempio, la sopravvivenza di un governo a periodici referendum di “gradimento” potrebbe essere problematico nel momento in cui il controllo e l’accesso agli strumenti di formazione e persuasione dei cittadini rimangono nelle mani di un’oligarchia.

E qui arriviamo al secondo punto toccato da Chomsy, quello dei poteri economici. E’ una delle critiche che ho mosso al V-Day di Grillo in un post di qualche giorno fa. Pur considerando le diversità esistenti tra il sistema politico statunitense e quello italiano, io credo che l’attacco frontale ai politici senza riflettere sui poteri economici di cui sono espressione è come prendersela con la finestra che sbatte invece che con il vento che la fa sbattere. I politici non sono affatto irresponsabili, ma certamente sono condizionati da un livello di potere che l’opinione pubblica difficilmente riesce a vedere.

E’ proprio contro questi luoghi invisibili del potere che si scontrano le aspirazioni alla democrazia diretta.

Guarda l’intervista a Noam Chomsky (da www.beppegrillo.it):

Riprendo in questo post alcune argomentazioni da uno scambio di opinioni avvenuto nella blogosfera.

Quando si discute del tema “Rom” e campi nomadi, in molti citano episodi di vita vissuta (e altre volte raccontata) legati a furti, aggressioni, etc. e invocano più polizia, più controllo, più presidio da parte delle forze armate, etc.  Io penso che più si creano “cordoni sanitari” intorno ai campi, più li si recinta, più si “presidiano i confini” con le armi e con la forza e più ci sarà incomunicabilità, paura reciproca, ignoranza del modo di vita altrui, scarso rispetto della dignità e delle cose degli altri. La strada da percorrere secondo me è l’opposta: avvicinare le comunità, cercare di sviluppare le relazioni tra i Rom e i non-Rom, creare degli spazi di socialità in cui le comunità possano imparare a conoscersi, rispettarsi, imparare a valutare il modo di vita degli altri senza lo schermo della diffidenza e della paura indotta da mass media irresponsabili. E’ la solita, vecchia, elementare verità: la non conoscenza genera paura. La conoscenza produce rispetto e sicurezza. E’ difficile, faticoso, richiede pazienza e volontà di ferro: ma è anche l’unica via di uscita per un paese che pretende di essere civile.

La ghettizzazione oltretutto è un boomerang. Io capisco benissimo che difronte a furti, scippi, atti vandalici, etc., la reazione istintiva è “devo proteggermi”, “mettiamoli in sicurezza”. E penso anche che chi sbaglia deve pagare. Ma la criminalizzazione e la “messa in quarantena” di un’intera comunità, secondo me e secondo quello che vedo succedere in Italia e in altri paesi, alla lunga non porta a più sicurezza. Accresce invece i conflitti, quindi acuisce l’insicurezza.

Io sono sicuro che se le comunità di italiani avessero delle possibilità di socializzare con la comunità Rom, se si riuscissero a creare delle relazioni umane, anche per chi va a fare i furti nelle case diventerebbe tutto più difficile. Pensate a questo: è complicato rubare nella casa di un tuo amico. E’ molto più facile rubare nella casa di uno che ti odia.

Sentiamo spesso storie (e qualche leggenda) provenienti sempre e solo da una visuale: la nostra. Qui c’è la stessa questione vista da un’altra posizione. Il punto di vista è fondamentale.

Solo un P.S.: chi propone legislazioni speciali in base all’etnia; chi, con la scusa della sicurezza, addita come “nemico” della società non singole persone responsabili di crimini, ma un’intera popolazione; chi dice “prima gli italiani”; chi fa questo è un razzista, intimamente razzista. E inizierà tutte le sue frasi con: “io non sono razzista, ma…”. E’ quel ma che fa la differenza tra uno che è razzista e uno che non lo è.

Dopo essere giunti in un post precedente alla temporanea conclusione che il blog di Beppe Grillo è in realtà un medium tradizionale, viene voglia di approfondire.

I media tradizionali di informazione hanno generalmente un editore, un direttore responsabile, una redazione, degli inserzionisti. Nel caso del blog di Grillo, apparentemente, tutti questi soggetti sono da ricondurre a una sola persona: Beppe Grillo stesso. Lui è il “proprietario” dello spazio web (diciamo il padrone di casa), lui è quello che sceglie la linea editoriale, lui è quello che scrive gli articoli, sempre lui è quello che mette gli annunci pubblicitari (ovvero i banner che rimandano al suo store da cui è possibile acquistare libri, dvd, etc.).

Penso che questa sia la vera novità. Non le modalità comunicative (vedi il mio post precedente e gli interessanti commenti annessi), ma l’impianto “societario”. Tutto nelle mani di uno solo. Per di più di uno che è stato ufficialmente bandito dal sistema dei mass media ma che, in questo modo, vi rientra.

A questo punto le domande, retoriche e non, sono tante.

1) Un organo di informazione privo di qualsiasi dialettica interna (a meno di derive schizofreniche) può essere obiettivo e sempre credibile?

2) Posto che qualsiasi organo di informazione tutela e promuove gli interessi dell’editore, dobbiamo pensare che anche in questo caso il blog promuova e tuteli gli interessi dell’editore Beppe Grillo o di chi lo supporta? E qualora ci fosse qualche notizia importante che andasse contro gli interessi di Grillo, come verrebbe gestita all’interno del blog?

3) Quali sono i criteri dell’agenda setting? Cioè, in base a quale logica vengono scelti gli argomenti del bog? Con quale criterio viene pubblicata la lettera del personaggio X e viene invece scartata la lettera del personaggio Y? Chi mai potrà sapere, oltre a Grillo, quali sono state le notizie e gli argomenti “cassati”, cioè non messi all’ordine del giorno? In questo caso non c’è nessuna redazione di fronte a  cui il direttore deve rispondere…

4) Ma è poi vero che fa tutto lui? Il dominio beppegrillo.it è registrato a nome di un’altra persona (tra l’altro, numerosi commenti di lettori del blog che chiedevano una spiegazione a questa anomalia sono rimasti senza risposta). Sulla home page del blog c’è il credit di Casaleggio Associati, azienda che sviluppa servizi e tecnologie di rete. Non so se queste persone abbiano un ruolo. Ma in caso affermativo o se esistono altre persone che coadiuvano Grillo nell’attività giornalistica e redazionale, è giusto che rimanagano nell’ombra? Non sarebbe indice di trasparenza renderle visibili?

Mi rendo conto che stiamo parlando del blog di un comico. Ma è un blog che, stando alle cifre che girano, viene letto da 300/400 mila persone ogni giorno. E’ quasi l’ascolto del TG4! Forse è legittimo cominciare a impostare la questione anche da questo punto di vista.

O no?

Da molte parti leggo che la forza dei blog in generale e di quello di Grillo in particolare sta  nella possibilità data ai lettori di intervenire, discutere, confrontarsi, eventualmente contestare le tesi sostenute dall’autore del blog. Come esempi di cattivo uso dello strumento si citano, sbeffeggiandoli, i blog di politici (come Mastella) che non permettono di inviare commenti o che lo permettono ma dietro registrazione preventiva. Come esempio di blog “virtuoso” viene invece citato quello di Grillo, aperto al contributo di chiunque, senza censure. Ma è davvero così?

Da qualche giorno consulto regolarmente il blog dell’artista genovese. Mi sono accorto che i circa mille/duemila commenti quotidiani che riceve sono un classico esempio di overload informativo. Sono talmente tanti e arrivano a un ritmo così incalzante che diventa impossibile leggerli e commentarli. Il tempo di leggere un commento, decidere che vale la pena rispondere, scrivere la tua opinione, inviarla e ti accorgi che tra il tuo post e quello che volevi commentare se ne sono infilati una ventina. Così non si riesce a tenere il filo di una discussione sensata, razionale.

Ma la cosa più grave è che, da quel che ho visto, Grillo non risponde ai commenti (e probabilmente, visto il numero, non li legge nemmeno). E qui però cade nello stesso errore che lui stesso rimprovera ai politici della “casta”. Grillo sembra usare il blog come se fosse una suo organo di stampa personale, invia i messaggi al suo pubblico in modo unidirezionale. Un blog, invece, ha senso in quanto si instaura un diaologo tra il suo autore e i suoi lettori, si dà vita a interazioni e scambi che arricchiscono e modificano le reciproche convinzioni.

Per finire, un buon 80% dei commenti ai post di Grillo sono incitazioni, dichiarazioni di sostegno incondizionato. C’è pochissimo dibattito, pochi contributi, pochi spunti per approfondire, scontrarsi, ragionare.

Allora lancio la mia provocazione: ma il blog di Grillo è un vero terreno di confronto? Non è che (magari inconsapevolmente) si sta trasformando in un tradizionalissimo medium di massa, in cui il “microfono” è in mano a una sola persona, sempre la stessa?

Secondo un articolo del Corriere, sono state captate onde radio dallo spazio. Gli extraterrestri hanno iniziato a comunicare con noi?

Vivaci le reazioni dalla politica. Fassino: “Devono decidersi: se vogliono interferire con la nostra società, devono fondare un partito. Le onde radio rischiano di solleticare istinti populisti, ma rimangono prive di proposte“. Anche secondo D’Alema, i messaggi degli alieni rischiano di travolgere la politica. Per questo serve che la politica sappia reagire riaffermando il proprio diritto a guidare il paese e la galassia.

Nel centro destra, il primo a parlare è Umberto Bossi: “Il popolo padano saprà respingere l’invasione delle orde marziane. Non siamo razzisti, ma gli E.T. tornino a casa loro“. La Brambilla ha affermato che “si tratta dell’ennesima dimostrazione dell’impopolarità del governo: Prodi deve dimettersi“.

Silenzio invece da Berlusconi. Fonti ben introdotte in Forza Italia sostengono che il Cavaliere stia cercando di capire se è possibile appaltare i ponti radio di Mediaset agli extraterrestri.

Il video pubblicato il 29 settembre sul blog di Grillo  fa riflettere. Vi invito a vederlo. Il fenomeno Grillo, con tutto il potenziale di innovazione e cambiamento che ha dentro di sè, rischia di trasformarsi nell’invocazione dell’ennesimo “uomo della provvidenza” che, facendo piazza pulita di tutto il marcio, riporta ordine, giustizia, libertà.

L’atteggiamento fideistico di alcuni simpatizzanti di Grillo e quelle osanna da stadio per un giudice sono sintomi di un clima del genere, che definirei “berlusconiano“.

La fede è un animale pericoloso, che troppo spesso azzanna con i suoi artigli la ragione. Rende sordi, ciechi e, alla lunga, insensibili alla realtà. 

Ottima cosa il controllo della politica da parte dei cittadini, come alcuni Meet Up di Grillo stanno mettendo in pratica. Ottima cosa anche perchè i consigli comunali si possono occupare di un tema fondamentale, come la casa.

Leggo su Repubblica di oggi che la Cassazione ha stabilito che occupare una abitazione non è un reato se chi occupa è indigente. Questo per dire che non sempre chi viola la legge è un criminale.

“La casa è un bene primario come la vita o la salute, scrivono i giudici. Quindi non c’è reato se si agisce in uno stato di “reale indigenza”

Parole sante.

L’ultimo post di Grillo, che in qualche modo riapre il dibattito a temi più ampi di quello relativo alla nostra classe politica, mi stimola a scrivere questa sorta di “lettera aperta” ai cosiddetti “grillini” (mamma mia che neologismo terribile!).

Sinteticamente: al V-Day dell’8 settembre, o meglio nel dibattito che ne è seguito, ci sono stati e ci sono alcuni grandi assenti. Questi grandi assenti sono i poteri economici, finanziari, industriali, sovranazionali e globali. Quello su cui vorrei richiamare l’attenzione è che sfogare la (giusta) indignazione contro una classe politica inefficiente e arrogante non deve far perdere di vista il fatto che i politici non sono l’unico male di questa società. Sono l’anello più visibile, e quindi più “indisponente”. Ma anche il più facile da attaccare. Come mi faceva osservare un amico, non si stanno attaccando i poteri “forti”, ma solo i politici che sono anche gli unici ad essere eletti. Esistono istituzioni, organizzazioni e interessi non così visibili, e che nessuno di noi può scegliere (nemmeno con le liste bloccate), ma che in larga parte detengono il potere reale.

Questo discorso non è ovviamente una critica a Grillo che proprio contro questi poteri ha impostato le sue battaglie più dure (Telecom, Parmalat, discorso su tfr, guerra in Iraq, etc.). Il libro di Stella e Rizzo, invece, ha un po’ questo difetto. E forse non è un caso dato che gli editori del giornale su cui scrivono i due giornalisti (il Corriere della Sera) sono proprio una parte di quei poteri forti, di quelle eminenze grigie.

In generale, il dibattito seguito al V-Day si è caratterizzato come una crociata contro la classe politica. Giusto: ma non commettiamo l’errore di considerare i politici “tutti uguali”. Ci sono i farabutti, ma anche persone degne che portano avanti battaglie di civiltà e rappresentano interessi legittimi. 

Ma, soprattutto, non distogliamo lo sguardo da tutti gli altri attori. Altrimenti rischiamo di finire come all’epoca di Tangentopoli. Con la gente inferocita che con una mano lanciava le monetine a Craxi e con l’altra metteva una bella X sul simbolo di Forza Italia portando al governo proprio il rappresentante di quegli interessi che Craxi tutelava e da cui si faceva tutelare.

Non rifacciamo lo stesso errore.

Il fenomeno Grillo mi spinge ad alcune riflessioni.
Tralascio qui il mio giudizio politico sulle sue battaglie e su alcune sue discutibili prese di posizione. Mi interessa invece prendere in considerazione la reazione dell’establishment  politico e giornalistico. La sensazione che ho, infatti, è che siano del tutto impreparati al fenomeno e ogni passo che fanno rafforzi l’onda sollevata da Grillo. Stiamo assistendo cioè a una colossale prova di dilettantismo politico, di madornale miopia.

LO STUPORE
Innanzitutto sono rimasto un po’ stupito dallo stupore con cui è stato accolto il V-Day. Da tempo ormai il blog di Beppe Grillo riusciva a incidere sull’agenda politica delle discussioni nei bar. Mi è capitato più volte, nel luogo in cui generalmente si parla delle partite di calcio, di discutere di stipendi dei parlamentari (condannati e non), di macchine ad idrogeno, delle malefatte di Telecom; spessissimo mi arrivano email di gente che mi rigira gli interventi di Grillo. Insomma, non era un fenomeno così nascosto, è uno dei siti più frequentati al mondo, i suoi “meet up” raggruppano (pare) 50 mila volontari ed è sorprendente scoprire che, apparentemente, la classe politica italiana non se ne fosse accorta, dato che sarebbe parte del suo lavoro capire e leggere la società.

UNANIME SDEGNO
In secondo luogo, la reazione di condanna quasi unanime proveniente non solo dal mondo politico, ma anche dai media tradizionali a mio avviso non fa che rafforzare nell’opinione pubblica l’immagine della “casta”. Voglio dire, a parte poche eccezioni, si sono mossi come un sol uomo, all’attacco del “qualunquismo” e dell'”antipolitica” (persino Bossi!), proprio come un’elite compatta e coesa.

LA POLITICA NEL RECINTO
E qui arriviamo al terzo punto: quello dell’antipolitica. L’obiezione più comune a Grillo è stata quella del “non si fa politica con i proclami, la politica la fanno i partiti”. E aggiungevano “se Grillo vuol fare politica, salti il fosso e fondi un partito”. Qui, ancora, c’è l’idea del mondo politico come un mondo separato, recintato dal resto della società, diviso da un fossato che occorre saltare. Non importa che nel primo capitolo di qualsiasi manuale di Scienza della politica ti spieghino che nelle società aperte la politica è fatta, oltre che dai partiti e dai sindacati, anche dai gruppi di interesse, dai gruppi di pressione, dai movimenti sociali. C’è l’idea (e non è la prima volta che la sentiamo) che gli unici autorizzati a fare politica e a proporre soluzioni ai problemi siano i partiti e i sindacati e questo conferma – non sminuisce – la critica mossa da Grillo e dal V-Day.
Ma non solo. Dopo aver pontificato per giorni che “la politica la fanno i partiti, Grillo sciolga l’ambiguità e fondi un partito”, quando Grillo ha annunciato le liste civiche, la reazione è stata “ecco l’ennesimo partito di cui proprio non si sentiva il bisogno”, detto proprio da tutti, anche da quello che aveva appena fondato l’ennesimo meno uno.

TERRORISTI!
Dopo aver attaccato Grillo in questo modo, hanno tentato con la cara vecchia carta della criminalizzazione. Da qui ci siamo passati un po’ tutti. Da Genova, passando per la Perugia Assisi e il Social Forum di Firenze, fino a Vicenza: l’accusa è quella di essere collaterali al terrorismo, di essere degli apprendisti stregoni che scatenano forze incontrollabili con cui prima o poi ci si fa male. (In questo La Repubblica di solito è bravissima). Qui hanno addirittura usato una vera e propria calunnia, sostendo che Biagi fosse stato insultato da Grillo.

LA FUGA
Grillo viene inoltre accusato di “fuggire al confronto”. Io penso semplicemente che si rifiuti di confrontarsi su un terreno che è totalmente controllato dai suoi critici. E’ ovvio che Grillo non andrà mai da Vespa a dibattere con Fassino. E fa bene. Tra l’altro non mi sembra che Porta a Porta sia un luogo in cui ci si confronta. E’ un teatro in cui va in scena lo spettacolo della politica e in cui ad ogni partito è consentito di farsi propaganda. Non è “confronto”. Grillo ha un blog frequentato da 200 mila persone al giorno, pubblica migliaia di contributi quotidianamente, i suoi “meet up” sono circoli aperti a tutti dove sono state costruite, attraverso il dibattito, vere e proprie proposte di legge (tra cui le tre del V-Day).
Ma qui c’è anche un aspetto specifico, biografico. Riotta l’altra sera guardando fisso in camera ha detto: “Beppe, non scappare, confrontati. Qui c’è sempre una sedia per te“. Se ci pensate, è un’ottima notizia dopo che Grillo è stato scacciato e bandito dalla tv per vent’anni (e per un comico televisivo non poter mettere più piede in una televisione immagino sia stato un problema serio).

LA DENIGRAZIONE
Ma Gianni Riotta è l’autore anche della reazione più ridicola, quasi commovente. Venerdì sera, trasmissione TV7, Rai Uno. Riotta lancia un servizio per “far vedere che Grillo non è migliore degli altri”. Antefatto: l’Unità pubblica una lettera di un ex militante della Fgci in cui si racconta come nel 1982 Grillo fosse stato invitato a una festa dell’unità per fare uno spettacolo. Cachè pattuito: 35 milioni di lire. La sera piove, la festa va deserta, Grillo fa lo spettacolo davanti a pochissimo pubblico. Gli organizzatori, visto il magro incasso, chiedono a Grillo di ridurre il compenso, ma Grillo pretende quanto pattuito. Il giorno dopo la pubblicazione della lettera Grillo smentisce questa cosa. Venerdì sera, su Rai Uno, Riotta, sostenendo che “abbiamo fatto il nostro mestiere di cronisti e siamo andati a controllare”, lancia il servizio con l’intervista all’autore della lettera che ribadisce quanto scritto all’Unità. (Come dire: per verificare la fonte della notizia smentita da Grillo, vado a intervistare la stessa fonte già smentita… mah!). Finito il servizio, si ritorna in studio, primo piano di Riotta tutto soddisfatto: “Ecco, questo per farvi capire che la casta non è solo tra i politici, ma anche tra qualche comico”. Io qui sono arrossito per Riotta.

C’E’ ANTIPOLITICA E ANTIPOLITICA
Infine, non si spiega una cosa. Il libro “La casta” di Rizzo e Stella è osannato dalla critica, Riotta stesso si vanta di essere stato il primo a reclamizzarlo in tv, politici e televisioni lo citano di continuo. Ma perché Stella e Rizzo non sono tacciati di qualunquismo o di fomentare l’odio contro la classe politica? La differenza tra Rizzo e Stella da un lato e Grillo dall’altro è una sola: Grillo ha portato in piazza un milione di persone e ha raccolto 300 mila firme in un giorno. Cioè, si è messo a competere con i partiti politici, cerca di intercettare il malcontento e trasformarlo in consenso e azione politica. Cosa che dovrebbero fare i partiti. E’ questo che non viene tollerato, è questo che, giustamente, spaventa.

PER CONCLUDERE
Ma queste reazioni a mio avviso faranno moltiplicare il seguito di Grillo, e la cosa non mi entusiasma. Ogni dichiarazione di questo o quel politico di questo o quel giornalista non fa che confermare le accuse del “grillismo”. E’ questo il meccanismo micidiale. Invece di ammettere che alcuni problemi sollevati da Grillo sono veri e andrebbero risolti (magari con soluzioni diverse da quelle proposte da Grillo, aggiungo io), invece di rivendicare il buono che si sta facendo, invece di far emergere personalità politiche degne, si attacca il linguaggio, il tono, l’avverbio usato nel blog o addirittura l’avarizia. Quello che continuano a non capire è che è cambiato qualcosa. Non sono più solo partiti e media tradizionali che dettano l’agenda e stabiliscono “di cosa” si deve parlare e “come” se ne deve parlare. Più Riotta attacca Grillo e più il cittadino che guarda il Tg1 andrà sul blog di Beppe Grillo. E sul blog, il cittadino, non trova attacchi speculari a Riotta (come accadrebbe a Porta a Porta): trova storie di precariato disumanizzante, trova la truffa di Rete 4 illegale che dovrebbe lasciare le frequenze al legittimo proprietario, trova proposte concrete per ridurre la dipendenza dal petrolio, trova informazioni approfondite su pensioni e tfr, trova un sacco di cose di cui nessuno gli sta parlando perché tutti discutono di Grillo, del Cda della Rai e delle liste bloccate per le primarie del Partito Democratico. E dirà: allora Grillo ha proprio ragione!

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