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Viene fuori che il nostro premier frequenta minorenni e la sua popolarità sembra addirittura aumentare. Se la cosa vi stupisce, vi invito a guardare on line il documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Dura pochi minuti.

Al termine della visione, non sarete più stupiti. In compenso, proverete vergogna, vi sentirete umiliati e una certa nausea vi terrà compagnia ogni volta che accenderete la televisione.

Se tutto questo non dovesse accadere, siete pronti per condurre Buona Domenica.

Ci sono modi migliori di passare una serata, ma anche peggiori.

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Sul caso Rai-Mediaset che lo vede coinvolto, Bruno Vespa ha mostrato un insolito volto iper-garantista. “Le intercettazioni sono una schifezza!” dice ringhiando dagli studi di La 7 dove era ospite (vi consiglio di vederlo perchè fa molto ridere),  mettendo tutti noi in guardia dal rischio di “distruggere le persone” attraverso un uso distorto dei media.

Flashback:

“Ecco…ci comunicano che il responsabile della strage di Piazza Fontana è stato arrestato e ha un nome: si chiama Pietro Valpreda”
(Bruno Vespa agli spettatori del Tg1, 16 dicembre 1969)

Pietro Valpreda era completamente innocente, ma Bruno Vespa non esitò a sbatterlo come un mostro in “prima pagina”, in diretta nazionale senza che su di lui ci fosse alcuna prova nè indizio. Come fu chiaro successivamente, si trattava infatti di un depistaggio. Non so se Vespa si sia mai scusato, ma sarebbe comunque tardi. Gli ha distrutto la vita e, anche grazie a Vespa, molta gente è tuttora convinta che l’autore della strage di Piazza Fontana sia Valpreda.

Oggi Vespa non è molto cambiato. Si guadagna da vivere sbattendo nuovi mostri da porta a porta, con il suo corredo di “periti” da lui stesso nominati. Si aggira per gli studi Rai tenendo in mano mestoli e modellini di case teatri di massacri atroci. Le sentenze non le dà più lui direttamente, ma le fa emettere ai suoi ospiti attentamente selezionati.

Quindi non ho capito: ora che cazzo vuole?

Non voglio fare quello che “ve l’avevo detto“, ma le ultime incredibili retromarce di Berlusconi in tema di Parito delle Libertà (per chi non lo sapesse: Forza Italia non si scioglie più, il nuovo partito è un contenitore in cui può entrare chi vuole mantenendo il proprio nome e la propria struttura) e di impianto istituzionale (il bipolarismo non è più da archiviare, il modello tedesco non gli piace più, ora preferisce lo spagnolo) mi fanno pensare a una cosa sola: nessuno lo stava seguendo, nè in Forza Italia nè tra gli alleati. Questa mossa serve a correre ai ripari sperando che qualcuno si lasci sedurre.

Peccato che solo qualche giorno fa alcuni giornalisti “ben informati” parlavano di campagna acquisti tra esponenti di An e Udc, che stavano facendo la coda per entrare nel nuovo partito del Cavaliere e ancora oggi insistono, sostenendo che addirittura esponenti della Margherita sarebbero in marcia verso il trionfale progetto del Berlusconi.

Dopo aver “previsto” che orde di senatori dell’Unione avrebbero votato contro la finanziaria e dopo aver “previsto” una migrazione di massa da An e Udc (ma sì, anche dalla Margherita, crepi l’avarizia!) verso l’ectoplasma chiamato Partito delle Libertà, a questi “beninformatori” che non sanno nulla, a questi nostradamus delle libertà non resta che correre dal “Dottore” a farsi raccontare la prossima profezia da diffondere ad arte…

La quale, azzardo, potrebbe essere (tra qualche settimana, da metà dicembre in poi), la seguente: “Ci sono molti parlamentari dell’Unione a cui non piace la legge Gentiloni sul riordino delle tv e minacciano di non votarla”.

Se ho ragione, La Stampa dovrebbe licenziare Minzolini e assumere Globali. 😉

Marco Ahmetovic, il rom condannato per aver investito e ucciso, ubriaco, 4 persone, è il testimonial di una linea di prodotti dal marchio “Linearom“. Ahmetovic ha anche un agente, Alessio Sundas, che dichiara: “Questa è la mia scommessa: fare di un assassino una star“.

La cosa è raccapricciante e ha ovviamente sollevato indignazione e proteste, oltre allo sdegno e alla rabbia dei parenti dei quattro ragazzi uccisi. Ma a farmi riflettere sono state le motivazioni con cui Sundas, il manager, si è giustificato. Lui si dichiara in pace con se stesso perchè – questa è la sua argomentazione – non ha partecipato a nessun crimine e non si sente minimanete responsabile di quello che il suo assistito ha fatto. Lui fa “solo il suo lavoro” di manager, per vendere prodotti che, evidentemente, qualcuno compra.

Ovviamente questa è una situazione estrema, quasi paradossale se non fosse drammaticamente reale. Però invito tutti a una riflessione. Le agenzie di pubblicità che fanno gli spot per i diamanti, sanno tutto quello che può esserci dietro l’estrazione, l’acquisto e il commercio mondiale delle preziose pietre? Se lo sanno, perchè continuano a fare gli spot? Forse anche per loro è “solo lavoro”… Ancora, le agenzie pubblicitarie che negli anni hanno lavorato con Nestlè, sanno che la stessa è stata ritenuta dall’Unicef una delle principali responsabili delle violazioni del Codice internazionale che regola la somministrazione di latte in polvere (“Ogni giorno 4.000 bambini nel sud del mondo potrebbero essere salvati dalla morte per malattie e denutrizione, se fossero allattati al seno e non con latte in polvere.”)?

Nel caso della Nestlè la responsabilità di quelli che “faccio solo il mio lavoro” è ancora più evidente: è proprio attraverso le strategie di marketing messe a punto da importanti agenzie internazionali che le violazioni sono state commesse, convincendo madri di paesi in via di sviluppo a utilizzare latte in polvere al posto del latte del proprio seno.

Intendiamoci: non voglio assolutamente sminuire il caso Ahmetovic, nè sostenere che il suo spregiudicato manager sia “figlio del suo tempo“. Tutto il contrario. Penso che oguno dovrebbe prendersi la responsabilità morale di quello che fa, anche nel proprio lavoro. Questo caso di cronaca così brutale e senza cuore forse può sollevare un velo anche su altre forme di opportunismo e cinismo con cui conviviamo ogni giorno. Senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Parlo del Marketing con la M. Quello che fanno le grandi agenzie per le grandi multinazionali. Quello che opera nei confronti della massa di consumatori, da una posizione di superiorità, condizionandone i comportamenti e creando necessità fittizie.

Ecco la definizione: Il marketing è quella cosa che considera le “marche” come persone e le persone come “target”.

Sto mio malgrado leggendo un manuale di Marketing (di livello universitario!) . Ecco alcuni esempi di frasi che sono costretto a mandar giù. Cito testualmente (tra parentesi le note del blogger, cioè mie, così come i neretti):

  • “Tutta la politica di Procter & Gamble è centrata sul miglioramento (…) del prodotto: si pensi ad Ace Gentile che è unico nello smacchiare con la potenza della candeggina senza rovinare i tessuti delicati come la seta.” (qui mi aspettavo che emergesse l’uomo in ammollo direttamente dal libro, ndb);
  • “La marca può aiutare a dare forma e significato alla vita quotidiana: le marche possono essere le nuove tradizioni.(no comment);
  • Le marche non appartengono alle imprese nè tanto meno ai reparti marketing che le gestiscono: le marche appartengono alle persone che le usano” (vallo a dire all’ufficio legale della Nike, ndb);
  • “Inizia col 2000 la grande era della marca come passion made palpable. Il trade-mark diventa il mind-mark.” (con supercazzola al centro, ndb);
  • “La grande distribuzione, quella organizzata, cresce e si presenta, non invitata, al tavolo delle relazioni marca-consumatore” (ma la marca chi l’ha invitata?, ndb)
  • Le caratteristiche di una marca forte hanno una ricchezza, una profondità, una poesia, una complessità, un’autenticità (autenticità!, ndb) proprio come quelle che ci capita di trovare in una persona amica.” (ma che amici ha, questo qui?, ndb)

A un certo punto, al culmine dell’esasperazione, mentre avevo già iniziato pratiche di autosomministrazione del dolore degne della Binetti, continuando nella lettura mi si è aperta una speranza. Infatti l’autore (che oltre a insegnare lavora in una grossa agenzia pubblicitaria) scrive a proposito della conoscenza che il pubblicitario deve avere del prodotto e del mercato nel pianificare una campagna: “Un importante momento di conoscenza è quello che passa attraverso la prova in prima persona. (…) per comprendere meglio che cosa significhi essere consumatori di quel prodotto“.

Allora il piano è questo: fingendomi l’Amministratore Delegato di un’importante multinazionale, gli commissiono una campagna per rigenerare la personalità della marca di una nuova linea di casse da morto. O di mine anti-uomo, devo ancora decidere.

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