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    “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto.

    Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.

(…)

    “Posò il moschetto e si sedette su un tratto libero del muretto, atlissimo. La stanchezza l’aggredì, subdola e dolce, e poi una rigidità. Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata. Anche agli altri doveva succedere lo stesso, perché tutti erano un po’ chini, e assorti, come a seguire quella stessa onda della loro spina dorsale. Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, non mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere, e ti dà insieme l’umiliante persuasione di avere già fatto troppo, tutta la tua parte con una battaglia. Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto, a fare tutte le battaglie destinate, imposte dai partigiani o dai fascisti, e sentiva che si sarebbero ancora combattute battaglie, di quella medesima ancora guerra, quando egli e il Biondo e Tito e tutti gli uomini sull’aia (ed ora gli apparivano numerosi, un’armata) sarebbero stati sottoterra, messi da una battaglia al coperto da ogni più battaglia.

    Gli uomini erano così immoti ed assorti, così statuari pur con quella percorrenza dentro, che i figli del contadino entrarono fra loro, taciti e haunted, come in un museo.”

(da Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio, p. 52 e p. 100)

Riporto integralmente un articolo apparso sul Corriere di oggi. Ogni commento mi sembra superfluo…

12 anni, premio Unicef, aggredita in strada

MILANO – Romena, 12 anni, ha vinto il premio Unicef per le sue doti artistiche. Ma vive in una tenda con la famiglia, e martedì mattina è stata vittima, con il fratello 14enne, di una brutale aggressione. Lo riferisce il Gruppo EveryOne, associazione che si batte per la cooperazione internazionale nel campo dei diritti umani. L’aggressione è avvenuta la mattina del 17 giugno alle 8. A quanto scrive EveryOne la famiglia Covaciu, romena di etnia Rom, già oggetto di continue peregrinazioni per l’Italia a seguito di vessazioni, minacce e sgomberi, stava uscendo dalla tenda in cui da diversi giorni si era stabilita, in un microinsediamento nella zona Giambellino, quando è stata brutalmente aggredita da due italiani di età compresa fra i 35 e i 40 anni.


Rebecca, 12 anni, nota per essersi aggiudicata in Italia il Premio Unicef – Caffè Shakerato 2008 per le sue doti artistiche applicate all’intercultura, e il fratellino Ioni, 14 anni, sono stati prima spintonati e poi picchiati. I genitori, uno dei quali è Stelian Covaciu, pastore della Chiesa Pentecostale, che assieme al fratello maggiore di Rebecca erano accorsi per difendere i figli, sono stati ricoperti di insulti razzisti, minacciati, indotti a lasciare immediatamente l’Italia e subito dopo percossi. I Covaciu a quel punto sono fuggiti verso la stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, e accorgendosi di essere ancora seguiti hanno chiesto aiuto ai passanti.
Nessuno è intervenuto. Mentre la famiglia si stava avviando verso il parco antistante la stazione, la signora Covaciu, cardiopatica, è stata colta da un malore. Stellian Covaciu ha a quel punto contattato telefonicamente Roberto Malini del Gruppo EveryOne, che ha dato l’allarme facendo inviare sul posto una volante della Squadra Mobile di Milano e un’ambulanza. All’arrivo della Polizia, gli aggressori si sono dileguati. Prima ancora dell’aggressione, l’Unicef aveva manifestato indignazione per la vicenda della piccola Rebecca, simbolo di un’infanzia senza diritti. Il Gruppo EveryOne era in procinto di organizzare un ritorno della famiglia in Romania per sottrarla all’ostilità che colpisce i Rom a Milano.

Il giorno che anche l’ultimo rumeno venne cacciato a forza dai nostri confini e che l’ultimo arabo venne rimesso su una carretta del mare diretta in Libia, l’insoddisfazione e la paura continuava a serpeggiare tra il popolo italiano. Popolo accogliente e capace di integrare, purché ognuno rispetti le regole e, possibilmente, se ne stia a casa sua. Insoddisfazione e paura, dicevamo, ma anche rabbia e frustrazione per come ormai interi reparti di enti pubblici e aziende private erano finiti nelle mani di lavoratori omosessuali.

La gente era ormai stanca di vedere queste persone – che senza vergogna ostentavano le loro discutibili preferenze sessuali – fare carriera molto più velocemente dei normali cittadini che pagano le tasse e si accoppiano con una persona di sesso opposto. Stanchi e frustrati di vedere interi uffici di invertiti ottenere bonus aziendali e incentivi solo perché si vestono meglio, sono più attenti all’immagine e al modo di porsi, pettinarsi, combinare i colori dell’abbigliamento.

E mentre questa ondata di rancore omofobo montava inarrestabile, la sinistra si è fatta trovare per troppo tempo impreparata: è ormai  giunto il tempo di prendere atto dell’insoddisfazione di tanti italiani per bene che trovano ormai intollerabili questi favoritismi nei confronti dei gay e le loro continue prevaricazioni.

Dopo che la scorsa notte militanti di Forza Nuova, alla guida di un intero quartiere di padri di famiglia esasperati, hanno dato alle fiamme alcuni circoli gay nella capitale, qualche voce isolata nel Partito Democratico ancora aveva la forza di difendere gli invertiti, non capendo che proprio il lassismo della sinistra e i suoi occhi chiusi difronte alle tante prevaricazioni che gli eterosessuali avevano subito negli ultimi anni da parte dei gay avevano contribuito ad alimentare questo clima di odio e di insofferenza. Sia chiaro che le violenze sono sempre da respingere da qualunque parte esse provengano: che siano assalti premeditati e feroci contro simboli del movimento gay o variopinti e volgari cortei in cui ostentare i propri attributi.

Certo, non tutti gli omosessuali sono raccomandati e godono di privilegi sul posto di lavoro, ma è pur vero che tutti quelli con le macchine aziendali più belle, i ticket restaurant di valore più elevato e i vestiti meglio stirati sono gay.

E’ per questa ragione che, finalmente, prendiamo atto che la decisione del Pd di astenersi sul decreto legge che impedisce agli omosessuali di ricevere premi aziendali e di ricoprire incarichi direttivi nelle aziende pubbliche va nella direzione di una nuova presa di contatto con la realtà, che possa rimettere il centrosinistra in sintonia con il Paese. 

Forse, ora il Pd sarà pronto a confrontarsi con serenità e spirito costruttivo anche sul prossimo nodo da sciogliere con estrema urgenza: il problema dei valdesi, che da troppo tempo ormai dirottano impunemente risorse ingenti ai danni delle tante famiglie cattoliche che lavorano onestamente.

 

Sentite questa. Eva Herman è una famosissima giornalista televisva tedesca. Pochi giorni fa viene invitata in un talk show televisivo per precisare il senso di alcune sue dichiarazioni che avevano destato scalpore e avevano provocato il suo licenziamento dalla prima rete pubblica tedesca, Ard.

Aveva sostenuto che durante il nazismo “c’era anche qualcosa di buono, nei valori, nei bambini, nelle famiglie, nello stare assieme. È stato tutto abolito, non c’è rimasto niente”. Durante il talk show – a cui era stata invitata insieme ad altri tre ospiti – il conduttore le offre l’opportunità di spiegarsi meglio perchè forse era stata mal interpretata. La Herman, invece,  se ne esce con questa frase: “Se non ci è permesso di parlare dei valori della famiglia nazisti, allora non possiamo nemmeno parlare delle autostrade che furono costruite allora e sulle quali ancora guidiamo”. Porteste rumorose del pubblico e degli altri ospiti, letteralmente interedetti.

A questo punto Johannes Kerner, il conduttore del talk show (volto noto della seconda rete pubblica), la guarda e le dice: “Va bene, signora, io le ho dato l’opportunità di spiegarsi. A questo punto però per me la discussione con lei è chiusa. E ora vorrei continuare il mio programma con i miei tre ospiti”. Detto questo la Herman è invitata a lasciare lo studio, cosa che fa immediatamente:

Un paio di anni fa vidi una scena simile durante un dibattito post elettorale. In studio un rappresentante del SPD, uno del CDU, uno dei liberali e uno dell’NPD (partito nazionalista che si ispira al nazismo). Il giornalista inizia a fare le domande agli ospiti. Quando arriva il turno del membro dell’NPD, gli altri tre abbandonano lo studio.

Insomma, si crea il vuoto attorno a chiunque, con modi più o meno diretti, cerchi di rievocare in modo positivo il passato nazista. Con questo passato i tedeschi hanno un rapporto ancora “sanguinante”, fatto di un terribile senso di colpa e di un sacro terrore che quel che è successo possa accadere di nuovo (e una notizia di oggi conferma come questo pericolo sia sempre presente). Si sentono addosso la responsabilità di quello che è accaduto e del fatto che devono impedire si ripeta.

Questo è possibile perchè hanno fatto, e continuano a fare ogni giorno, i conti con il loro passato.

In Italia invece si può invocare la discriminazione etnica a reti unificate, insultare minoranze religiose, rievocare con commozione i bei tempi del ventennio, magari attraverso una scanzonata intervista alla nipote di Mussolini che ci racconta quanto suo nonno fosse affettuoso. Questo è possibile perchè l’Italia non ha mai voluto trovarsi faccia a faccia con le atrocità commesse, per esempio, in nord Africa. Stermini di massa che nessuno, a scuola, impara e nessuno insegna. Pulizie etniche che nessuno ricorda e per cui nessuno prova vergogna. Uso di armi chimiche per cui nessuno ha chiesto scusa.

Anche per questo oggi, in Italia, c’è gente libera di invocare il rombo dei cannoni per gli immigrati, la garrota per i gay e il fuoco per i Rom.

Nell’oblio degli orrori commessi si annida il pericolo del loro riavverarsi.

P.S. Nei prossimi giorni cercherò di utilizzare questo spazio per resistere a questo oblio.

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