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Permettetemi un post un po’ grossolano, ma i giornali di questi giorni accostano due notizie per certi versi simili che possono forse indurre a una riflessione.

Notizia numero uno: Bill Gates, a 52 anni, lascia la Microsoft per dedicarsi alla filantropia attraverso la “Bill & Melinda Gates Foundation” che dal 2000 è “attiva nella ricerca medica, nella lotta all’AIDS e alla malaria, nel miglioramento delle condizioni di vita nel terzo mondo e nell’educazione” (da wikipedia).

Notizia numero due: L’ex premier britannico laburista Tony Blair, a 54 anni, è stato messo sotto contratto dalla banca d’affari americana Jp Morgan, con uno stipendio di un milione di dollari all’anno.

Non è strano? Due cinquantenni, protagonisti induscussi dello scenario mondiale negli anni ’90 e 2000 vanno “in pensione” nello stesso periodo.  Solo che l’uomo d’affari si mette a occuparsi di sociale, mentre il socialista si butta negli affari.

Sono solo io che trovo la cosa un po’ strana?

Oggi ho letto dei dati interessanti sul blog di Beppe Grillo. Riguardano i quantitativi di petrolio estratti dall’area del Golfo Persico. Dai dati emerge che, nei prossimi anni, il controllo di quell’area sarà ancora più strategico che in passato, dato vi sarà estratto il 30% del fabbisogno mondiale.

Non ho capito cosa pensi Grillo (non l’ho capito veramente). Io penso che quando si parla di “terrorismo”, “al queda”, “bin laden” si stia parlando proprio di questo: chi controllerà il Golfo Persico nei decenni a venire? Il nostro sistema di mass media continua a propinarci una versione incredibile (cioè non-credibile) della cosiddetta “lotta al terrorismo“. Questa versione afferma che Bin Laden è a capo di un’organizzazione terroristica che “odia l’Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia” e per questo ci ha dichiarato guerra senza che noi si abbia alcuna responsabilità, se non quella di avere uno stile di vita che non piace ai fondamentalisti islamici.

Ora, converrete con me che è una teoria un tantino semplicisitica e irrealistica. La mia opinione è un’altra: siamo nel mezzo di una guerra per il controllo delle fonti petrolifere del Medio Oriente e del Mar Caspio (vedi Afghanistan). Tutto parrebbe essere iniziato con l’installazione di alcune basi militari statunitensi in Arabia Saudita dopo la prima guerra del Golfo (1991). Questa mossa sarebbe stata vista (a torto o a ragione, si può discutere) da una parte di alcuni interessi regionali (Bin Laden viene da una famiglia con rilevantissimi interessi economici) come il primo passo di un’occupazione più massiccia dell’area da parte degli Usa, che si è effettivamente verificata. A questo si sono sicuramente mescolati aspetti legati alle identità religiose e nazionali, ma il succo della questione è che i “terroristi” (cioè il nome che noi abbiamo dato a un gruppo di potere che vuole affermare il proprio controllo sull’area) non ci odiano perchè abbiamo la democrazia ma perchè secondo loro vogliamo impadronirci del loro greggio. Non a caso “Al Queda” (altro nome che abbiamo dato a quello stesso gruppo di potere) ha tra i suoi obiettivi anche i paesi islamici che in qualche modo hanno consentito agli Usa di “mettere un piede” nell’area, vedi appunto l’Arabia Saudita (a meno che qualcuno non voglia sostenere che l’Arabia Saudita sia un esempio di civiltà democratica e per questo è così odiata dai fondamentalisti).

Ovviamente le cause della guerra in corso non si esauriscono in questi aspetti. Ma ritengo che questa sia una delle cause più rilevanti. E in gioco ci sono cose molto concrete, perchè controllare il petrolio vuol dire sviluppo economico, riscaldamento, benzina per i nostri Suv, materie prime per le nostre industrie, mantenimento degli equilibri politici ed economici globali. Perchè non cominciare a discuterne apertamente?

Allarme dell’Onu sul surriscaldamento del pianeta: se i Paesi industrializzati non ridurranno le emissioni di gas serra entro il 2050 di almeno l’80% rispetto ai livelli del 1990, sarà la catastrofe. Sono proprio i paesi ricchi, secondo l’Onu, i principali responsabili di questa situazione.

Nel rapporto si legge che “se ogni povero sul pianeta generasse le stesse emissioni di un europeo medio, servirebbero quattro pianeti per far fronte all’inquinamento”.

Usa e Ue hanno immediatamente rassicurato la comunità internazionale: “E’ nostro fermo impegno, nonchè nostra precisa responsabilità, fare in modo che questo tragico scenario non si trasformi in realtà. Faremo quindi ogni sforzo per evitare che i poveri del pianeta raggiungano i nostri livelli di emissione”.

P.S.: Fonti del Pentagono fanno inoltre sapere che due dei tre pianeti necessari sarebbero comunque già stati localizzati.

Parlo del Marketing con la M. Quello che fanno le grandi agenzie per le grandi multinazionali. Quello che opera nei confronti della massa di consumatori, da una posizione di superiorità, condizionandone i comportamenti e creando necessità fittizie.

Ecco la definizione: Il marketing è quella cosa che considera le “marche” come persone e le persone come “target”.

Sto mio malgrado leggendo un manuale di Marketing (di livello universitario!) . Ecco alcuni esempi di frasi che sono costretto a mandar giù. Cito testualmente (tra parentesi le note del blogger, cioè mie, così come i neretti):

  • “Tutta la politica di Procter & Gamble è centrata sul miglioramento (…) del prodotto: si pensi ad Ace Gentile che è unico nello smacchiare con la potenza della candeggina senza rovinare i tessuti delicati come la seta.” (qui mi aspettavo che emergesse l’uomo in ammollo direttamente dal libro, ndb);
  • “La marca può aiutare a dare forma e significato alla vita quotidiana: le marche possono essere le nuove tradizioni.(no comment);
  • Le marche non appartengono alle imprese nè tanto meno ai reparti marketing che le gestiscono: le marche appartengono alle persone che le usano” (vallo a dire all’ufficio legale della Nike, ndb);
  • “Inizia col 2000 la grande era della marca come passion made palpable. Il trade-mark diventa il mind-mark.” (con supercazzola al centro, ndb);
  • “La grande distribuzione, quella organizzata, cresce e si presenta, non invitata, al tavolo delle relazioni marca-consumatore” (ma la marca chi l’ha invitata?, ndb)
  • Le caratteristiche di una marca forte hanno una ricchezza, una profondità, una poesia, una complessità, un’autenticità (autenticità!, ndb) proprio come quelle che ci capita di trovare in una persona amica.” (ma che amici ha, questo qui?, ndb)

A un certo punto, al culmine dell’esasperazione, mentre avevo già iniziato pratiche di autosomministrazione del dolore degne della Binetti, continuando nella lettura mi si è aperta una speranza. Infatti l’autore (che oltre a insegnare lavora in una grossa agenzia pubblicitaria) scrive a proposito della conoscenza che il pubblicitario deve avere del prodotto e del mercato nel pianificare una campagna: “Un importante momento di conoscenza è quello che passa attraverso la prova in prima persona. (…) per comprendere meglio che cosa significhi essere consumatori di quel prodotto“.

Allora il piano è questo: fingendomi l’Amministratore Delegato di un’importante multinazionale, gli commissiono una campagna per rigenerare la personalità della marca di una nuova linea di casse da morto. O di mine anti-uomo, devo ancora decidere.

A Cesano Boscone, nell’hinterland milanese, c’è un posto magnifico. Si chiama Casa dell’Acqua, e l’ho sperimentata di persona. E’ un piccolo edificio con un mini portico, dove chiunque può andare a prendere acqua minerale di ottima qualità gratis. Ci sono tre erogatori (acqua gassata fredda, acqua naturale temperatura ambiente, acqua naturale fredda) da cui attingere per riempire le proprie bottiglie. Su Youtube ho trovato anche un video: guardare per credere.

La Casa sorge all’interno di un nuovo parco pubblico ed è circondata da panchine e posteggi per le bici.

Da quando la Casa è stata inaugurata, il parco e la via sono piene di gente a tutte le ore del giorno (e fino a sera inoltrata). E’ diventato un luogo di incontro e di socialità. Nessun atto vandalico, nessuna scritta sui muri. La gente rispetta un luogo che è evidentemente percepito come “luogo di tutti”, “cosa pubblica”.

Con un’unica iniziativa si raggiungono così molti risultati: diritto all’acqua garantito per tutti, nuovi spazi di socialità, un territorio che torna ad essere pacificamente invaso dalla popolazione e, quindi, diventa anche un luogo sicuro: molto meglio che erigere muri o militarizzare le piazze.

La situazione è questa: un governo di sinistra fa una cosa di destra – ovvero un decreto razzista mentre un paese retto da un razzista – ovvero la Romania – attacca il governo italiano di sinistra accusandolo di razzismo. In tutto questo la destra italiana dichiara di non voler votare un decreto di destra.

Previsione dell’epilogo: la sinistra radicale verrà tacciata di irresponsabilità perchè critica un decreto razzista e di destra.

E’ di oggi la notizia che il partito di Di Pietro e quello di Mastella hanno votato insieme alla Cdl per bocciare la proposta di istituire una commissione di inchiesta sui fatti del G8 di Genova (contenuta nel programma su cui hanno ottenuto il voto dei loro elettori). Per inciso, è curioso come i due ministri più litigiosi di questo governo siano poi molto spesso d’accordo nel votare contro la maggioranza di cui fanno parte. Ma lasciamo stare.

La domanda è: ma serve davvero una commissione sul G8? La mia risposta è affermativa. E le ragioni fondamentali sono due.

La prima. Quello che è successo durante le giornate genovesi del 2001 è qualcosa che ha pochi precedenti nella storia repubblicana. Trecentomila persone provenienti da tutto il mondo (giovani, anziani, associazioni, militanti di partito, ambientalisti, preti e suore, associazionismo cattolico, etc.) si ritrovarono nello stesso corteo non per rivendicare diritti per se stessi, ma per pretendere che i potenti della terra prestassero attenzione e cercassero soluzioni al problemi della disuguaglianza globale e del disastro ecologico. La quasi totalità di quella gente, pacifica e inerme difronte a ogni violenza, fu sopraffatta da un’ondata di brutalità, anch’esse con pochi precedenti. Di quegli scontri ne ha parlato e ne parla tutt’ora la stampa di tutto il mondo e, ormai, anche i libri di storia. Il convergere di tanti aspetti inediti meriterebbe già da solo un’attenzione da parte della politica.

La seconda ragione. In molti sostengono che la commissione d’inchiesta sia inutile perchè ci sono già i processi che fanno il loro corso. A parte il fatto che su alcuni di questi processi pende il rischio prescrizione. Ma il punto centrale è che qui non si sta chiedendo un processo bis. Gli scopi di una commissione parlamentare sono quelli di individuare responsabilità politiche, non penali; di approfondire e capire le motivazioni politiche, non i reati; di ricercare e svelare eventuali regie occulte, anche nel caso in cui questa regia non configuri un reato. Lo scopo, insomma, è quello di analizzare e investigare il livello politico e sociale. Ai tribunali spetta il piano penale.

Per queste due ragioni penso che la commissione vada fatta, anche se con sei/sette anni di ritardo. Lo si deve ai tanti che in quei giorni hanno subito e sofferto; a quelli che hanno sperato che quelle giornate potessero rappresentare l’inizio di un nuovo modo di approcciare tematiche come quelle della povertà, della disuguaglianza, di un modello di sviluppo più rispettoso delle persone e della loro dignità.

Pensate anche a questo: di tutti questi temi, ormai, non parla più nessuno e quelle fievoli speranze che si erano aperte alla vigilia di quel G8 sono state spazzate via. La commissione potrebbe servire anche a questo: chiarire una volta per tutte come si sono svolti i fatti e, finalmente, permettere a tutti di tornare ad occuparsi delle soluzioni per un mondo meno ingiusto.

Durante il week end sono morte 18 persone, tra Calabria e Sicilia. Si tratta di uomini che erano in cerca di una terra dove vivere. Hanno trovato un mare dove morire. Secondo il sito Fortress Europe, solo nell’ultima settimana 241 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa del sud. Dall’inizio del 2007 sono morte 1.096 persone sulle rotte dell’immigrazione clandestina verso la UE, nonstante gli arrivi siano diminuiti rispetto al 2006.

Il Mediterraneo si sta trasformando in un’enorme fossa comune, proprio sotto i nostri occhi. Morti ignoti, senza nome. Tra un dibattito sulla casta e uno sul Partito Democratico, potremmo cercare di ricordare chi erano queste persone, come si chiamavano, che speranze avevano, da quali sogni erano animati, quanta disperazione ha guidato i loro ultimi passi verso il nostro benessere: sarebbe indice di almeno un po’ di umanità.

Una volta si diceva “dare degna sepoltura“. Ma ne siamo ancora capaci?

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P.S. Sullo stesso tema, rileggi Due mostri per l’estate

“Il presidente (Bush) ha ammesso oggi che parte dei dati di intelligence che hanno portato alla decisione della guerra all’Iraq «erano inesatti». ” (da La Stampa, 15 dicembre 2005, fonte)

“(Bush) ha ammesso che l’errore più grave commesso in Iraq è stato Abu Ghraib, il carcere delle torture.” (da RaiNews.net, 26 maggio 2006, fonte

“È tremata, in avvio, per un istante la voce al presidente degli Stati Uniti George W. Bush che la scorsa notte, per la prima volta in maniera piena e inequivocabile ha ammesso in un messaggio a reti unificate che «errori sono stati commessi in Iraq» e che la colpa è tutta sua. ” (da La Stampa, 11 gennaio 2007, fonte)

“La tv satellitare Al Jazeera ha trasmesso un nuovo messaggio audio di Osama Bin Laden dedicato alla situazione in Iraq. Il messaggio contiene un’ammissione degli «errori» compiuti in Iraq ed un invito alle fazioni della guerriglia (tra cui anche i seguaci locali di al Qaeda) a unirsi in un fronte comune nella lotta contro gli americani.” (dal Corriere, 22 ottobre 2007, fonte)

Detto per inciso, la parola “errore”, in questi casi, sta per “centinaia di migliaia di morti innocenti”.

In un intervento apparso sul blog di Beppe Grillo, Noam Chomsky (che per me rimane uno dei più importanti pensatori del nostro tempo) interviene sul tema della democrazia partecipata vs. democrazia della rappresentanza.

L’ideale di democrazia partecipata (il cui modello originario si ispira all’agorà della antica Atene aperta a tutti i cittadini) è una visione molto allettante. Rimangono però alcuni ostacoli di fondo. La prima è la questione “quantitativa”: nella Grecia antica coloro che erano considerati “cittadini” erano una ristretta minoranza. Oggi i cittadini di uno stato sono decine di milioni di persone, il che rende l’operazione più complessa. Personalmente, non ritengo questo un ostacolo di per sè insormontabile. Penso che, aiutati dalla tecnologia e da soluzioni istituzionali ben ragionate, ci si potrebbe avvicinare al modello, e  in alcuni contesti locali ci si sta già provando. Ma il problema più grande, a mio avviso, è quello “qualitativo“, riconducibile al controllo degli strumenti di formazione dell’opnione pubblica. Affidare, per esempio, la sopravvivenza di un governo a periodici referendum di “gradimento” potrebbe essere problematico nel momento in cui il controllo e l’accesso agli strumenti di formazione e persuasione dei cittadini rimangono nelle mani di un’oligarchia.

E qui arriviamo al secondo punto toccato da Chomsy, quello dei poteri economici. E’ una delle critiche che ho mosso al V-Day di Grillo in un post di qualche giorno fa. Pur considerando le diversità esistenti tra il sistema politico statunitense e quello italiano, io credo che l’attacco frontale ai politici senza riflettere sui poteri economici di cui sono espressione è come prendersela con la finestra che sbatte invece che con il vento che la fa sbattere. I politici non sono affatto irresponsabili, ma certamente sono condizionati da un livello di potere che l’opinione pubblica difficilmente riesce a vedere.

E’ proprio contro questi luoghi invisibili del potere che si scontrano le aspirazioni alla democrazia diretta.

Guarda l’intervista a Noam Chomsky (da www.beppegrillo.it):

Oggi è il Blog Action Day, a cui Globali ha aderito.

Tema: L’ambiente.

Svolgimento:

Il sociologo inglese Anthony Giddens, verso la fine del suo saggio Le conseguenze della modernità, scrive: “Perchè la diffusione della ragione non ha prodotto un mondo soggetto alle nostre previsioni e al nostro controllo?”. Domanda più che legittima e, ad ascoltarla bene, stupefacente. Nel caso del lavoro (che è sempre più precario e discontinuo, caratterizzato da forme crescenti di sfruttamento), così come nel caso dell’equilibrio ambientale del pianeta: qualcosa non torna. Creiamo esseri umani da una cellula, spediamo robot su Marte, sviluppiamo format televisivi come l’Isola dei Famosi, scriviamo sms con un solo dito e con gli occhi bendati, i nostri messaggi percorrono migliaia di chilometri in frazioni di secondo, ma non riusciamo a estirpare schiavitù, sfruttamento, sopraffazione e non siamo in grado di occuparci del nostro pianeta.

La domanda da porsi allora forse è questa: “Il disastro ambientale a cui stiamo assistendo è davvero una conseguenza non voluta e fuori dal nostro controllo? Oppure le società che hanno prodotto questa situazione, molto più semplicemente, non avevano (non hanno) alcun interesse a tenere sotto controllo quella variabile? Il problema non riguarda solo politici, ambientalisti e scienziati. Riguarda ognuno di noi. Com’è che, ormai consapevoli dei danni forse irreparabili che il nostro sviluppo sta arrecando alla Terra, non sentiamo il bisogno impellente di cambiare i nostri stili di vita e il nostro modo di consumare?

Cos’è che ci rende così insensbili al disastro?

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Bloggers Unite - Blog Action Day

Il pm del processo per le violenze di strada al G8 di Genova: “Al G8: non ci fu caccia all’uomo”.

Eppure non saprei come altro definire quello che si vede in queste immagini, che documentano la fase immediatamente precedente ai fatti di piazza Alimonda. Forse era un safari?

Genova 2001 L’uso dei blindati contro i manifestanti

P.S. Se volete farvi un’ulteriore idea, vi invito a leggere il racconto “Fuori dal sogno”.

I Radiohead hanno appena finito di registrare il loro nuovo disco – In Rainbows – che da mercoledì 10 ottobre, sarà già in vendita. La novità è che sarà possibile scaricarlo direttamente dal loro sito, in formato mp3, e che il prezzo viene deciso dall’acquirente. Al limite, posso decidere di pagarlo 0,01 euro. Per chi invece vuole avere il cd fisico, più libretto e versione in vinile, è possibile effettuare una prenotazione sempre dal sito, pagando 58 Euro. Il Disc Box vi verrà recapitato a casa.

In questo modo i Radiohead hanno infranto due tabù del mondo discografico:

1) Non solo il loro disco è stato autoprodotto, ma sarà anche autodistribuito. Non si sono dovuti quindi avvalere in nessun modo dei servizi di una major discografica;

2) Delegano al fruitore della loro musica il compito di darle un valore, sulla base delle sue possibilità economiche e/o del valore artistico che attribuisce all’opera. Questo è secondo me un aspetto rivoluzionario, che richiama alla mente concetti come “valore d’uso” e “valore di mercato”. Pensate se tutti gli scambi economici funzionassero così… Pago il tuo prodotto per il valore che io gli attribuisco e sulla base di quanto mi posso permettere di spendere.

Un ulteriore aspetto è legato al discorso della circolazione del sapere. E’ molto probabile che questa decisione faccia vendere ai Radiohead molti più dischi. Non per una questione di marketing, ma perchè la possibilità di scaricare il disco con queste modalità farà sì che esso circoli a una velocità maggiore e con una diffusione elevatissima. E più un prodotto culturale circola, più acquisirà valore e più sarà desiderato. Questa è una regola che ha già più volte dimostrato di essere vera, come nel caso dei nostrani Wu Ming.

IO, INVECE, ho visto, ho sentito e mi ricordo.

G8: Commissario Poggi, Mai visto violenze a Bolzaneto

“AGI – Genova, 1 ott. – E’ stato un susseguirsi di “non ricordo, non ho visto, non ho sentito” l’interrogatorio, questa mattina a palazzo di Giustizia di Genova, di Anna Poggi imputata, insieme ad altri 44 tra agenti e dirigenti di polizia di stato e polizia penitenziaria, carabinieri e medici, nell’ambito del processo sui presunti soprusi e pestaggi da parte delle forze dell’ordine e di personale sanitario, avvenuti nella caserma della Polizia di Bolzaneto nei giorni del G8 del luglio del 2001. (…)” Leggi tutto l’articolo

(Dal sito www.agi.it)

(a proposito di giustizia)

L’ultimo post di Grillo, che in qualche modo riapre il dibattito a temi più ampi di quello relativo alla nostra classe politica, mi stimola a scrivere questa sorta di “lettera aperta” ai cosiddetti “grillini” (mamma mia che neologismo terribile!).

Sinteticamente: al V-Day dell’8 settembre, o meglio nel dibattito che ne è seguito, ci sono stati e ci sono alcuni grandi assenti. Questi grandi assenti sono i poteri economici, finanziari, industriali, sovranazionali e globali. Quello su cui vorrei richiamare l’attenzione è che sfogare la (giusta) indignazione contro una classe politica inefficiente e arrogante non deve far perdere di vista il fatto che i politici non sono l’unico male di questa società. Sono l’anello più visibile, e quindi più “indisponente”. Ma anche il più facile da attaccare. Come mi faceva osservare un amico, non si stanno attaccando i poteri “forti”, ma solo i politici che sono anche gli unici ad essere eletti. Esistono istituzioni, organizzazioni e interessi non così visibili, e che nessuno di noi può scegliere (nemmeno con le liste bloccate), ma che in larga parte detengono il potere reale.

Questo discorso non è ovviamente una critica a Grillo che proprio contro questi poteri ha impostato le sue battaglie più dure (Telecom, Parmalat, discorso su tfr, guerra in Iraq, etc.). Il libro di Stella e Rizzo, invece, ha un po’ questo difetto. E forse non è un caso dato che gli editori del giornale su cui scrivono i due giornalisti (il Corriere della Sera) sono proprio una parte di quei poteri forti, di quelle eminenze grigie.

In generale, il dibattito seguito al V-Day si è caratterizzato come una crociata contro la classe politica. Giusto: ma non commettiamo l’errore di considerare i politici “tutti uguali”. Ci sono i farabutti, ma anche persone degne che portano avanti battaglie di civiltà e rappresentano interessi legittimi. 

Ma, soprattutto, non distogliamo lo sguardo da tutti gli altri attori. Altrimenti rischiamo di finire come all’epoca di Tangentopoli. Con la gente inferocita che con una mano lanciava le monetine a Craxi e con l’altra metteva una bella X sul simbolo di Forza Italia portando al governo proprio il rappresentante di quegli interessi che Craxi tutelava e da cui si faceva tutelare.

Non rifacciamo lo stesso errore.

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