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Non è il partito che ho votato e che voterò nel prossimo futuro. Detesto gran parte del suo personale politico. Perché mai votare per le primarie del PD, mi dicevo? Poi, nelle ultime settimane, ho cominciato a pensare che, in fondo, si tratta di dare un segnale. Si tratta di far vedere alla destra che c’è un “popolo” anche a sinistra, vivo, attento e che suppur mal rappresentato esiste e ragiona. Poi ho pensato che, in fondo, votare per Ignazio Marino per cercare di fargli prendere un bel po’ di voti sarebbe stata una bella scossa al partito della Binetti che ha affossato i Dico e la legge contro l’omofobia. Una ventata di aria fresca che scompigli le “nomenklature” dei soliti noti.
 
Così, ero già pronto con la mia tessera elettorale e i miei due euro per andare, domenica,  a renderemi di nuovo visibile come cittadino minimamente attivo. Senza entusiasmo, non avendo granché seguito la campagna elettorale, ma con l’idea di poter fare qualcosa di visibile.
 
Poi è successa una cosa, pochi minuti fa. Mi è bastato leggere cinque righe di un articolo di Repubblica. Eccole qui:
 
“Il fronte Marino è impegnato a sottolineare la novità rappresentata dal chirurgo di Genova. “Una segreteria libera dagli schemi, libera dalle gabbie in cui spesso è costretta la politica”, commenta Piero Ichino (…). Il giuslavorista legge la candidatura di Marino come la realizzazione del “proggetto Pd lanciato da Veltroni due anni fa al discorso del Lingotto”. Oltre la laicità anche altre le battaglie all’opposizione di un partito targato Marino. Drastica riduzione dell’Irpef, riforma del mercato e del diritto del lavoro, “posizioni sulle quali Marino non ha chiesto il permesso ai sindacati“.”
 
Così ho finalmente deciso cosa fare la domenica delle primarie: la mattina portiamo nostro figlio a uno spettacolo di teatro per bambini da 1 a 3 anni, poi il pomeriggio facciamo un aperitivo.

Il giorno che anche l’ultimo rumeno venne cacciato a forza dai nostri confini e che l’ultimo arabo venne rimesso su una carretta del mare diretta in Libia, l’insoddisfazione e la paura continuava a serpeggiare tra il popolo italiano. Popolo accogliente e capace di integrare, purché ognuno rispetti le regole e, possibilmente, se ne stia a casa sua. Insoddisfazione e paura, dicevamo, ma anche rabbia e frustrazione per come ormai interi reparti di enti pubblici e aziende private erano finiti nelle mani di lavoratori omosessuali.

La gente era ormai stanca di vedere queste persone – che senza vergogna ostentavano le loro discutibili preferenze sessuali – fare carriera molto più velocemente dei normali cittadini che pagano le tasse e si accoppiano con una persona di sesso opposto. Stanchi e frustrati di vedere interi uffici di invertiti ottenere bonus aziendali e incentivi solo perché si vestono meglio, sono più attenti all’immagine e al modo di porsi, pettinarsi, combinare i colori dell’abbigliamento.

E mentre questa ondata di rancore omofobo montava inarrestabile, la sinistra si è fatta trovare per troppo tempo impreparata: è ormai  giunto il tempo di prendere atto dell’insoddisfazione di tanti italiani per bene che trovano ormai intollerabili questi favoritismi nei confronti dei gay e le loro continue prevaricazioni.

Dopo che la scorsa notte militanti di Forza Nuova, alla guida di un intero quartiere di padri di famiglia esasperati, hanno dato alle fiamme alcuni circoli gay nella capitale, qualche voce isolata nel Partito Democratico ancora aveva la forza di difendere gli invertiti, non capendo che proprio il lassismo della sinistra e i suoi occhi chiusi difronte alle tante prevaricazioni che gli eterosessuali avevano subito negli ultimi anni da parte dei gay avevano contribuito ad alimentare questo clima di odio e di insofferenza. Sia chiaro che le violenze sono sempre da respingere da qualunque parte esse provengano: che siano assalti premeditati e feroci contro simboli del movimento gay o variopinti e volgari cortei in cui ostentare i propri attributi.

Certo, non tutti gli omosessuali sono raccomandati e godono di privilegi sul posto di lavoro, ma è pur vero che tutti quelli con le macchine aziendali più belle, i ticket restaurant di valore più elevato e i vestiti meglio stirati sono gay.

E’ per questa ragione che, finalmente, prendiamo atto che la decisione del Pd di astenersi sul decreto legge che impedisce agli omosessuali di ricevere premi aziendali e di ricoprire incarichi direttivi nelle aziende pubbliche va nella direzione di una nuova presa di contatto con la realtà, che possa rimettere il centrosinistra in sintonia con il Paese. 

Forse, ora il Pd sarà pronto a confrontarsi con serenità e spirito costruttivo anche sul prossimo nodo da sciogliere con estrema urgenza: il problema dei valdesi, che da troppo tempo ormai dirottano impunemente risorse ingenti ai danni delle tante famiglie cattoliche che lavorano onestamente.

 

Con Brunetta che dice, a proposito degli statali, “colpirne uno per educarne cento”. Con Maroni che vuole arrestare tutti i clandestini e La Russa che propone di usare a tal fine anche l’esercito. Con Schifani che querela Travaglio per aver raccontato dei fatti della sua vita talmente vergognosi che il solo raccontarli rappresenta, evidentemente, un’offesa. Con Tremonti che dice che non c’è nessun tesoretto, salvo utilizzarlo per eliminare l’Ici.

Nei confronti di questa bella banda di lord e bravi ragazzi il Pd si appresta a fare una opposizione “costruttiva”. Inizia a passare il refrain del “sono stati votati, ora vediamo cosa sono capaci di fare” (ma vi ricordate durante i mesi del governo Prodi cosa diceva del governo l’allora opposizione?). E per far vedere quanto sono costruttivi, davanti a un Travaglio che cita fatti piuttosto sconcertanti sul presidente del Senato, invece di chiedere conto a quest’ultimo, si legittima una futura epurazione dello stesso dalle reti televisive nazionali.

La Brigate Rozze hanno dei nuovi fiancheggiatori: le Brigate Ombra.

La dimensione del disastro elettorale è talmente grande che è difficile decidere da dove cominicare. Forse dal “narcisismo” e dall’ “ambizione” che Nando dalla Chiesa identifica tra i “démoni della sinistra” nel suo post odierno.
 
Per curiosità – e per farmi un po’ del male – sono andato a rileggere alcuni articoli di cronaca politica risalenti a poco più di quattro mesi fa. Era la metà del dicembre 2007. Berlusconi sembrava politicamente finito. Fini e Casini gli si erano rivoltati contro e stavano lavorando a una intesa An-Udc. Fini definiva Berlusconi “un pagliaccio” e Berlusconi definiva la sua stessa coalizione un “ectoplasma”.
Negli stessi giorni, tuttavia, Nicola Latorre (pezzo grosso del Pd) rilasciava un’intervista in cui dichiarava perentorio: “nessuno discuta più: con il Cavaliere si tratta”. Era l’inizio della fine…
 
Oggi ci ritroviamo nella situazione che conosciamo, grazie anche alla tanto vituperata legge elettorale di Calderoli (vi ricordate? “Con questa legge non è possibile alcuna maggioranza!”, “Questa legge non garantisce la governabilità!”… andate a vedere i senatori di vantaggio su cui oggi può contare la destra e rabbrividite…).
 
E pensare che proprio sulla riforma di questa legge elettorale si è innestata la crisi del governo Prodi: la scelta suicida del Pd di trattare con Berlusconi una legge elettorale che facesse fuori i piccoli partiti (tra parentesi, che bisogno c’era di una nuova legge elettorale dato che quella attuale ha svolto egregiamente questo compito?) ha certamente contribuito all’instabilità della coalizione di centro sinistra fino a spingere Mastella a rompere. Altro che “sinistra radicale irresponsabile”…
 
In più, anche se confesso di aver pensato per un certo periodo che la campagna elettorale di Veltroni fosse efficace, mi sono reso conto che passare due mesi a sparare a zero contro il governo Prodi di cui il tuo partito è stato il maggior “azionista” è una strategia quanto meno bizzarra. Ancora una volta la sinistra italiana si è dimostrata succube rispetto al “rumore di fondo” diffuso dai mass media, che davano il governo Prodi in crisi di credibilità (“il peggior governo della storia repubblicana”… figurarsi…). Invece di contrastare questa tendenza rivendicando il lavoro fatto, il Pd, fin da prima della campagna elettorale, ha rincorso e accarezzato questo scontento, illudendosi di incassare qualche dividendo in termini di consenso.
 
Il problema dell’Italia di oggi è che non esiste più una classe dirigente capace di interpretare il bisogno di giustizia sociale, di difesa e di espansione dei diritti. La sconfitta è più che culturale: è psicologica, cognitiva. I leader del centro sinistra non sono più nemmeno in grado di “pensare” cose di sinistra. Pensano cose di destra. E chi, nelle tantissime realtà sociali presenti nella “società civile” ancora pensa e mette in pratica cose di sinistra non ha più le parole o la voce per esprimerle.
 
Quando la sinistra parla di immigrazione, dice cose tipo “gli immigrati ci fanno comodo, fanno i lavori che noi non vogliamo più fare”; oppure “i nostri imprenditori hanno bisogno di manodopera a basso costo”. Cosa c’è di più razzista? Questo quando non si invocano addirittura espulsioni di massa e rastrellamenti dei campi rom. Sembra paradossale, ma una volta ho sentito Rosy Mauro, la sindacalista della Lega, dire che gli immigrati che vengono a lavorare in Italia dovrebbero avere gli stessi diritti e gli stessi stipendi dei lavoratori italiani… Ancora, quando la Moratti a Milano ha deliberato che i figli dei clandestini non hanno accesso agli asili nido, avremmo dovuto fare le barricate con lo slogan “non toccare i bambini“: cosa c’è di più immediato, sacrosanto e comprensibile, persino in una città ostile come Milano?
 
Si è persa per strada l’idea di fondo, quella che secondo me distingue la sinistra dalla destra. La sinistra è tale quando propone un allargamento dei diritti. La “nostra” destra invece, spaccia diritti per privilegi e si adopera attivamente per restringere i primi e affermare i secondi.
Ora, come dicono tutti, bisognerebbe “tornare tra la gente”. Lo dico anche in modo autocritico, dato che da anni non partecipo a una riunione di un comitato, non faccio più un volantinaggio o cose del genere. Ma tornare tra la gente ha un senso se si ha chiara in testa una visione di società. Tornare tra la gente non per seguire l’onda (tanti complimenti alla Lega, ma è facile raccogliere consensi assecondando gli istinti più beceri ed egoistici), ma per capire un po’ di più chi sono i nostri vicini, chi è e cosa pensa la gente che ci vive accanto, e quindi, soprattutto, iniziare un’opera di capillare diffusione di un nuovo senso comune, da far sedimentare con pazienza, giorno dopo giorno, lotta dopo lotta. 
 
Perchè se due gay si potessero sposare, sarebbe un’occasione in più per fare una festa, senza che nessuno ci rimetta. Perchè se le nostre strade sono insicure, sarebbe più divertente ripopolarle con concerti e mercatini piuttosto che vedere padani incazzati con i bastoni. Perchè se gli affitti sono alle stelle, bisognerebbe calmierare i prezzi come si fa con i farmaci, piuttosto che escludere i non-lombardi dalle graduatorie per le case popolari. Perchè se un’azienda assume un lavoratore precario, deve monetizzare – con uno stipendio più alto – il vantaggio di poterlo licenziare quando vuole.
 
Ma la premessa di tutto è ritrovarsi attorno a valori forti, di cui non vergognarsi, da sbandierare e difendere in ogni discussione al bar, in ufficio, nel luogo di lavoro. Da rivendicare con orgoglio e fermezza. Recuperando, magari, anche quello sguardo globale che, nel luglio 2001, fece sì che le mobilitazioni per il G8 di Genova portassero sulle prime pagine dei giornali i temi della redistribuzione delle richezze nel mondo, della possibilità di modelli di sviluppo più giusti e sostenibili.
 
La dimensione del disastro è talmente profonda che, quanto meno, apre un sacco di spazio per agire. Ora che nel Pd alcuni invocano l’alleanza con l’Udc di Cuffaro, alla sinistra del partito di Veltroni si sta aprendo una voragine di opportunità. L’opacità e la mancanza di identità del Pd aprono un’autostrada per chiunque sia in grado di proporre un’idea di sinistra concentrata sui bisogni e sui sogni, sulla rabbia e sulla voglia di sperare di tanta gente.

Mi gettano nello sconforto le dichiarazioni di questi giorni di alcuni esponenti del centro sinistra, del Pd in particolare. Quando sento dire che “serve un governo istituzionale per fare la nuova legge elettorale” mi chiedo: ma è davvero la cosa più urgente? La risposta, ovviamente, è “no”. Perchè la cosa davvero urgente sarebbe un’altra: la legge sul conflitto di interessi e sul sistema radiotelevisivo.

Per l’ennesima volta il centro sinistra al governo non è stato in grado di farla. E per l’ennesima volta andremo alle elezioni non tanto con una legge elettorale pessima, quanto con un candidato alla presidenza del consiglio proprietario di mezzo sistema televisivo nazionale e con notevoli infiltrazioni nell’altra metà, come le cronache dei mesi scorsi ci hanno raccontato.

Quello che servirebbe, quindi, è un governo con un solo punto in programma, IL punto di programma per cui moltissime persone hanno votato l’Unione nel 2006: risolvere il conflitto di interessi.

Il fatto che a 14 anni dalla entrata in politica (anzi “discesa”, come la chiama lui) di Silvio Berlusconi chiedere di risolvere questo problema suoni pura provocazione e ipotesi di accademia è l’indice di come ci siamo ridotti.

In questo paese, infatti, ci sono solo due entità che non vogliono ammettere quanto sia urgente risolvere il conflitto di intressi: Berlusconi e i dirigenti del centro sinistra.

Con il Partito Democratico vogliamo dare stabilità e forza al Governo Prodi e alla maggioranza di centrosinistra.
(Piero Fassino, Lettera agli iscritti DS, 3 ottobre 2007) 

Il Governo Prodi è caduto. Un caloroso grazie al Partito Democratico e al suo illuminato leader Walter Veltroni per essere riusciti dove l’opposizione berlusconiana aveva fallito per mesi e mesi di inutili spallate.

Ora Veltroni dice che le elezioni anticipate sarebbero la scelta peggiore: non ci poteva pensare prima di mandare in pezzi la coalizione? Non ci poteva pensare prima di dichiarare “il PD correrà da solo con qualsiasi legge elettorale” nel giorno in cui l’Udeur annunciava l’appoggio esterno?

Il PD non era mica nato con l’intento di rafforzare il governo e stabilizzare il quadro politico? Se un gruppo dirigente fallisce due obiettivi su due non dovrebbe scusarsi e poi dimettersi?

Di Dini e Mastella non voglio parlare: hanno dimostrato che anche l’atomo si può scindere. 

Dimenticavo: la mozione di sfiducia contro Cuffaro è stata bocciata.

Prodi si è dimesso, Cuffaro resta al suo posto.

Che grande Paese, l’Italia.

Dopo il successo conseguito dall’Italia all’Onu sulla pena di morte,  Giuliano Ferrara dalle colonne del Il Foglio ha lanciato la proposta di una moratoria universale dell’aborto, subito accolta con entusiasmo dai teocon nostrani e dal terrificante cardinal Ruini. Da queste colonne Globali rilancia, proponendo la moratoria universale dell’ovulazione.

E’ sconcertante infatti dover constatare che, nell’indifferenza di istituzioni e governi, ogni mese miliardi di ovuli vengano distrutti per sempre, dispersi nel flusso mestruale. Quanti miliardi di vite si potrebbero salvare fermando questa assurda strage? Quante cellule uovo potrebbero far nascere nuovi bambini se solo si permettese loro di incontrarsi con un’entusiasta pattuglia di baldi spermatozoi?

Per questa ragione Globali ritiene che tutte le donne che hanno fatto voto di castità siano personalmente responsabili della morte di miliardi di potenziali esseri umani in quanto hanno volontariamente precluso ai loro preziosi ovociti la sacra unione con l’altra metà cromosomica. Perchè privare l’ovulo della speranza di una vita migliore? Perchè condannarlo a un crudele rafting ematico? Perchè togliere a migliaia e migliaia di ovuli l’immensa gioia di incontrare il proprio gamete del cuore e generare con lui una nuova vita? Perchè questo mensile sterminio?

Ci appelliamo in primo luogo alla senatrice Paola Binetti, strenuo difensore della vita, ma purtroppo (proprio lei!!!) tra coloro che, praticando una castità contro natura, sono responsabili di questo insensato massacro.

Senatrice Binetti, in nome dei valori della vita a lei tanto cari noi la supplichiamo: difenda la vita con i fatti e non solo a parole, si faccia fecondare!

Stralci di un’intervista a Lamberto Dini da La Stampa di oggi… Anche se non sembra, giuro che sono tratti dalla STESSA intervista, rilasciata lo stesso giorno, allo stesso giornalista, dalla stessa persona (il Dini)! 

(…) in molti dal centrosinistra le chiedono di dimettersi, per queste sue prese di posizione.
«E’ il governo che ha perso il consenso dei cittadini a doversi dimettere. Sono i governi che si dimettono, non i parlamentari.

(…) Dunque lei farà cadere il governo Prodi?
«Io non voglio far cadere Prodi, voglio bonificare la sua azione politica.

(… ) Il 22 gennaio voterà la fiducia a Tommaso Padoa-Schioppa?
«La voterò, ma solo perché a dover essere sfiduciato è Prodi, non il ministro dell’Economia».

Voi cosa avete capito?

“Nei prossimi giorni, nelle prossime settimane indicheremo quali sono le misure di cui il Paese ha bisogno per riprendere il suo cammino e superare il declino.” (Lamberto Dini, 26/12/07)

E io che pensavo che Dini si fosse presentato alle elezioni con il centrosinistra sottoscrivendo il programma dell’Unione…

Comunque, ecco un’anticipazione delle misure di Dini:

  • zero, come il numero che precede la virgola nella percentuale di consensi che ha nel paese;
  • 2 anni e 4 mesi, come la condanna inflitta a sua moglie per il crac della Sidema;
  • 22 milioni di euro, come l’ammontare del crac di cui sopra;
  • 10/05/1994, come la data di inizio del suo dicastero nel primo governo Berlusconi;
  • 17/01/1995, come la data di inizio del suo governo “istituzionale” post-Berlusconi;
  • 17/05/1996, come la data di inizio del suo dicastero nel primo governo Prodi;
  • infinte, come le volte cha ha ricattato la maggioranza di cui fa parte e in cui, visti i precedenti, è stato preso sul serio;
  • 5, come il numero dei membri del suo “partito”;
  • 350 mila, come i voti del flop avuto dal suo Rinnovamento Italiano alle elezioni europee del 1999;
  • 2, come le palle che ci ha fatto questo personaggio buono per tutte le stagioni e per tutti i governi.
Rossi: “Voto la fiducia ma questa finanziaria è inadeguata”
Natale D’Amico (lib-dem): “Voteremo sì ma manovra sbagliata”
Manzione (Ud): “Votiamo, ma a gennaio si cambia”
Barbieri (psi): “Fiducia a tempo, ora basta”
Fisichella: “Voto sì ma il mio rapporto di fiducia è concluso”
Udeur: “Votiamo solo per fedeltà”
(da repubblica.it, 20/12/07)

Io ho una definizione per tutte queste prese di posizione: irresponsabili. Nel senso che fanno una cosa ma non se ne vogliono assumere la responsabilità. Cioè votano una finanziaria dicendo che fa schifo. Allora non votarla, dico io. Ma non votarla significherebbe assumersi una responsabilità precisa, cosa di cui questa gente non è capace. Ecco. Nella migliore delle ipotesi questi sono degli irresponsabili poco coraggiosi e molto opportunisti.

Il senatore Roberto Manzione parla a nome dell’Unione democratica (Manzione-Bordon). “Il nostro – dice – sarà un voto poliedrico. Siamo entusiati per l’ok della class action. Abbiamo molte incertezze perchè questo testo non inverte la marcia economica del paese. C’è poi l’adesione responsabile ma tormentata per il ricorso alla fiducia. Un governo non può tirare a campare. Con il voto di oggi si chiude per noi il periodo della irresponsabilità. A gennaio dobbiamo cambiare” (da repubblica.it, 20/12/07)

Ora io dico: come può uno che fa parte di un partito composto da due persone parlare dell'”irresponsabilità” di chicchessia? A nome di chi parla? Chi rappresenta? Ma un po’ di decenza no? 

C’è chi non perde nè il pelo nè il vizio. Augusto “pinocchiet” Minzolini continua con i suoi retroscena fantapoliciti con l’apparente intento di creare dal nulla profezie senza capo nè coda, nella convinzione che il solo elaborarle possa anche farle avverare (ne parlai già qui e qui). Stiamo parlando sempre dell’ormai famoso “shopping di senatori dell’Unione”, ora al centro anche di un’inchiesta della magistratura.

Nell’articolo di oggi sulla Stampa il nostro Minzolini ci propina ancora le sue sbilenche certezze, riportando come fossero oro colato le dichiarazioni di Berlusconi: “Avevo trovato una decina di senatori che volevano votare contro. Ebbene sono stati pedinati e filmati mentre andavano a casa del leader dell’opposizione. Qualcuno è stato interrogato e intimidito dai pm, con interrogatori di 8 ore. Altri sono stati comprati dallo shopping del governo”. E aggiunge di suo pugno: “(Prodi, D’Alema e Napolitano vogliono) evitare in tutti i modi e con tutti gli strumenti la crisi di governo: l’inchiesta di Napoli nella testa del Cavaliere, ad esempio, ha avuto il solo scopo di intimidire gli scontenti del centro-sinistra, di impedirgli di buttare giù Prodi (…) E tra i consiglieri del Cavaliere c’è chi mette in evidenza un dato: questa storia parte dal palazzo della politica per poi arrivare a quello di giustizia, e non viceversa”.

Il nostro spaccia quindi per vera la ricostruzione del Cavaliere: il Capo aveva convinto una decina di senatori a passare con lui, ma poi forze oscure si sono mosse per rompergli le uova nel paniere. Peccato che sul Corriere di oggi ci sia un’intervista a uno dei dieci presunti transfughi, Pietro Fuda, in cui si legge: “Fuda racconta un episodio che gli è stato riferito da Antonino Randazzo, il senatore eletto in Australia che ha detto di essere stato avvicinato da emissari del centrodestra, persone che per saltare lo steccato gli avrebbero offerto fino a 2 milioni di euro: «Randazzo — racconta Fuda — mi ha detto che nelle intercettazioni in mano alla Procura di Napoli c’è una telefonata fra lui e un tipo di Forza Italia di cui adesso non ricordo il nome. Lui diceva in maniera netta che non aveva nessuna intenzione di passare dall’altra parte, di lasciarlo perdere. Bene, subito dopo quella stessa persona chiama un altro di Forza Italia e gli annuncia che Randazzo è pronto a tradire. La spallata era solo un loro sogno, un sogno costruito sul nulla».

Ecco fatto. Se prendiamo per veritiere queste dichiarazioni, si disegna il seguente quadro: Forza Italia tenta di comprare a suon di promesse e (forse) di milioni alcuni senatori del centro sinistra. Questi declinano l’offerta, ma la gran cassa propagandista deve far trapelare l’informazione opposta, cioè “in molti stanno tradendo” con l’obiettivo, immagino, di convincere gli indecisi. In questo quadro, giornalisti come Minzolini si trasformano in strumento (consapevole o meno non mi interessa) di questa propaganda, veicolando informazioni non veritiere senza sentire il minimo bisogno di verificarle.

Questo andazzo continua ancora oggi, anche se ormai sfiora il ridicolo. Basta leggere una delle frasi conclusive dell’articolo di Agusto “Pinocchiet” riferite all’uomo che nel giro di un mese ha sciolto un partito, ne ha fondato uno nuovo, lo ha sciolto dopo un giorno, ha quindi creato una federazione, ha appoggiato il maggioritario e, dopo poche ore, è diventato proporzionalista, ha dichiarato che l’unica cosa che voleva erano elezioni subito per poi dichiararsi favorevole al dialogo con la maggioranza: “Chi, invece, ha le idee chiare è Berlusconi”.

Io non ho capito. Non sono riuscito a capire. Ho letto un po’ di giornali on line per trovare una spiegazione, ma non sono stati molto utili. Quello che ho capito (ma è talmente assurdo che non può essere vero) è che nel voto di stasera al Senato, la senatrice Binetti, teodem del Pd, ha votato contro la fiducia al governo (la fiducia!) perchè contraria a una norma “anti-omofobia” (??!??).

Da come i giornali hanno spiegato la cosa, arriverei a una conclusione sconcertante: devo cioè dedurre che la Binetti è “pro-omofobia“?

E poi: ma non ci avevano appena spiegato che i pericoli per il governo arrivavano dalla sinistra radicale irresponsabile? La Binetti vi sembra una responsabile? E poi: non ci avevano appena chiarito che sono i piccoli partitini a creare instabilità?  La Binetti non fa forse parte della maggiore forza dell’Unione, quella che dovrebbe assicurare governabilità e stabilità? La Binetti, con il suo cilicio, vi sembra una stabile?

Ora tutti a dire “Berlusconi è tornato”, “E’ una nuova discesa in campo”, “Berlusconi esce dall’angolo”…

Io la vedo diversamente: forse per la prima volta nella sua carriere politica, Berlusconi sta inseguendo. Non è più lui che detta l’agenda. Tutti (ma proprio tutti ) i temi trattati in questa cosiddetta “nuova discesa in campo” gli sono stati imposti dalle circostanze, dagli avversari e dagli alleati.

I gazebo per le firme sono stati indotti dalla necessità di ribattere alle primarie del Pd e ai loro milioni di elettori con un evento ugualmente “di massa”; la proposta del partito unico è stata dettata dall’accelarazione del Pd; il confronto sulla legge elettorale è un tema impostogli dagli alleati, visto anche il fallimento della strategia adottata fin’ora.

Non so se questo rappresenti l’inizio della sua fine politica o l’ultimo disperato spiraglio per un nuovo inizio, ma rimane il fatto che Berlusconi non è mai stato così debole. I mass media che parlano di “grande rientro” o di “mossa geniale” sono gli stessi che definiscono “di pace” una missione “di guerra”: bisogna sempre leggerli al contrario.

In un intervento apparso sul blog di Beppe Grillo, Noam Chomsky (che per me rimane uno dei più importanti pensatori del nostro tempo) interviene sul tema della democrazia partecipata vs. democrazia della rappresentanza.

L’ideale di democrazia partecipata (il cui modello originario si ispira all’agorà della antica Atene aperta a tutti i cittadini) è una visione molto allettante. Rimangono però alcuni ostacoli di fondo. La prima è la questione “quantitativa”: nella Grecia antica coloro che erano considerati “cittadini” erano una ristretta minoranza. Oggi i cittadini di uno stato sono decine di milioni di persone, il che rende l’operazione più complessa. Personalmente, non ritengo questo un ostacolo di per sè insormontabile. Penso che, aiutati dalla tecnologia e da soluzioni istituzionali ben ragionate, ci si potrebbe avvicinare al modello, e  in alcuni contesti locali ci si sta già provando. Ma il problema più grande, a mio avviso, è quello “qualitativo“, riconducibile al controllo degli strumenti di formazione dell’opnione pubblica. Affidare, per esempio, la sopravvivenza di un governo a periodici referendum di “gradimento” potrebbe essere problematico nel momento in cui il controllo e l’accesso agli strumenti di formazione e persuasione dei cittadini rimangono nelle mani di un’oligarchia.

E qui arriviamo al secondo punto toccato da Chomsy, quello dei poteri economici. E’ una delle critiche che ho mosso al V-Day di Grillo in un post di qualche giorno fa. Pur considerando le diversità esistenti tra il sistema politico statunitense e quello italiano, io credo che l’attacco frontale ai politici senza riflettere sui poteri economici di cui sono espressione è come prendersela con la finestra che sbatte invece che con il vento che la fa sbattere. I politici non sono affatto irresponsabili, ma certamente sono condizionati da un livello di potere che l’opinione pubblica difficilmente riesce a vedere.

E’ proprio contro questi luoghi invisibili del potere che si scontrano le aspirazioni alla democrazia diretta.

Guarda l’intervista a Noam Chomsky (da www.beppegrillo.it):

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