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Lo ScreenWall si accesse esattamente all’ora in cui Daniel l’aveva impostato per la sveglia, alle 6 del mattino. Doveva essere alla Centrale di Polizia abbastanza presto. Era in programma un’incursione nell’abitazione di un abusivo. Dallo ScreenWall una voce suadente e sensuale di donna magnificava le bellezze naturali del nuovo parco della Bay-Mons…

 “Concediti l’Eden. Scopri il piacere del paradiso in terra… Vieni a New Eden… il nuovo parco firmato Bay-Mons, sorto sul territorio dell’ex Parco dell’Uccellina… potrai ammirare la strabiliante varietà di animali e piante modificati… odorare gli splendidi aromi che i nostri ingegneri hanno creato per te… E se acquisti il pacchetto ‘PanoramaFree’, avrai diritto alla licenza per scattare 10 fotografie del paesaggio. Ti ricordiamo che scattare fotografie di paesaggi, monumenti, animali e piante protetti da copyright senza regolare licenza è un reato punibile fino a 3 anni di carcere”.

Daniel si infilò la sua divisa  dei NIRSA (Nucleo di Intervento Rapido per la Salvaguardia dell’Acqua), un corpo speciale della Polizia creato dalla Disney Security Corporation per perseguire i reati connessi all’uso abusivo di acqua, in crescita da un paio di anni.

Quando, verso la fine del 2008, l’acqua degli acquedotti aveva cominciato a scarseggiare, il governo aveva affidato alla Hallibeart la costruzione della RID (Rete Idrica Digitale). La RID era stata salutata dalla popolazione come la fine di un incubo. La scarsità dell’acqua di acquedotto, unita alla drammatica situazione di
manutenzione della rete idrica (perdite d’acqua, infiltrazioni di batteri, sprechi di ogni tipo) e alle frequenti inondazioni completamente ingovernabili, aveva messo in ginocchio gli italiani. Grazie alla RID, invece, i consumi venivano razionalizzati e tenuti costantemente sotto controllo, le acque delle alluvioni venivano depurate e incanalate nella RID, e l’acqua era tornata a scorrere ogni giorno dai rubinetti.

La gratitudine per la Hallibeart era tale che quando, in seguito agli accordi WTO del 2009 per la privatizzazione degli acquedotti, il governo aveva venduto l’intera RID italiana al consorzio formato da Hallibeart-Nestwater, la popolazione non si oppose, sapendo che la privatizzazione avrebbe contribuito a mantenere efficiente la rete e a garantire la disponibilità d’acqua.

All’inizio del 2010, la neocostituita HalliNest introdusse i profili di utenza e differenziò i servizi offerti. La HalliNest (o “Monopolista privato dell’Acqua”) aveva investito miliardi di euro per la realizzazione della RID, non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi europei ed in molte regione asiatiche ed africane, via via che venivano liberate. Era comprensibile che cercasse di offrire servizi a valore aggiunto per cercare di rientrare dagli investimenti fatti.
Grazie alla digitalizzazione della rete, infatti, la HalliNest era in grado di offrire ai propri clienti (l’intera popolazione residente) servizi differenziati. Si partiva dal “BasicWater” per arrivare fino al “WaterGold”. In più,
vennero introdotti dei pacchetti speciali che permettevano al cliente di scegliere il tipo di acqua di cui aveva bisogno, a seconda delle situazioni. Con il pacchetto Lux@Water, per esempio, pagando 4.000 euro mensili, era possibile avere dieci diverse tipologie di acque minerali, quattro tipologie di acque concimanti per innaffiare i giardini e, fiore all’occhiello, ben sei tipologie di “acque benessere” con cui potevano essere curati reumatismi, acciacchi e grazie alle quali si poteva ricreare una sorgente termale in ogni appartamento, in ogni vasca da bagno.
I clienti del monopolista privato dell’acqua HalliNest dovevano obbligatoriamente sottoscrivere l’abbonamento BasicWater, per la cifra di 150 euro mensili, e poi potevano aggiungere profili a piacimento. Era sufficiente attivare la “CardH2o” e sottoscrivere poi i vari pacchetti. Attraverso il computer di casa si potevano scegliere le tipologie di acqua a cui si aveva diritto e governarne l’erogazione dai vari rubinetti della casa.

Il movimento per il boicottaggio della rete idrica digitale, che Daniel e i suoi colleghi del NIRSA avevano il compito di reprimere, si formò verso la fine dello stesso anno, nel 2010. Il loro minaccioso grido di battaglia era “L’acqua è un diritto. Prendiamocela gratis!”.

(continua…)

[Se vuoi, questa è la colonna sonora del post]

Spalancammo la porta e ci ritrovammo nel sogno. Un incubo sconosciuto, ma già mille volte sognato. La giuria era schierata davanti a noi, con le penne fumanti e i sorrisi stanchi. Il vostro onore fu il primo ad aprire bocca:

“Cosa volete, qui?”

Stupiti da quella visione, ci guardammo perplessi. Parla tu… E così cominciai a parlare.

“Abbiamo mille domande, signori. Per questo siamo qui. Per gridare le nostre domande e il nostro disappunto.”

“Che ne sapete voi? Se non avete le risposte, come vi permettete di fare domande?” – si indignò vostro onore.

“Ma se non facciamo le domande, come possiamo conoscere le risposte?”

“Le risposte arrivano senza bisogno di fare domande, ragazzini. E non sta a voi decidere quali siano le domande da fare.” – proseguì il vostro onore – “E’ chi controlla le risposte che decide le domande, non lo sapevate?”

“Ma vostro onore,”- continuai io – “non avete nemmeno un po’ di curiosità? Dietro ogni domanda ci sono mille risposte… come potete accontentarvi di poche domande e ancora meno risposte?”

“Stai zitto, ignorante!” – replicò vostro onore – “Come ti permetti di parlarmi così? Tu non capisci che quello che noi facciamo lo facciamo per amore. Amore del nostro sogno, amore di tutti coloro che lo popolano”.

“Vostro onore, se posso permettermi, a noi sembra che il vostro non sia amore, ma paura di perdere il controllo del sogno…”

“Verme schifoso… cosa parli tu di amore? Ma che ne sai?” – si inalberò vostro onore diventando tutto rosso in faccia.

“Noi stiamo imparando ad amare, vostro onore, e a rispettare tutti i sogni, anche quelli diversi da quello in cui siamo” -ribattei.

“Stronzetto insolente, l’amore non si impara. L’amore lo si governa e basta. E se non c’è amore a sufficienza, si deve avere il coraggio di imporlo. E voi non avete amore”.

Detto questo, quattro guardie ci si fecero accanto e iniziarono a colpirci gli stinchi con delle piccole mazze alla cui estremità c’era una palla di piombo a forma di cuore piena di spine metalliche.

Le spine ci entravano nella carne provocando dolori incredibili. Ci rivolgemmo ai membri della giuria gridando: “Aiutateci! Questo non fa parte delle regole del sogno… nei sogni non ci si può far male!”

Ma i giurati, lungi dal placare la furia delle guardie, iniziarono a ridere a crepapelle, quasi avessimo appena raccontato una storiella divertente. Si davano di gomito facendo il verso al nostro lamento. Le loro risate producevano dei suoni potentissimi, quasi fossero amplificate da qualche diavoleria… E così accadde che tutti gli abitanti del sogno sentivano più le loro risate che i nostri lamenti… e nessuno arrivò in nostro soccorso.

Ad un certo punto, le guardie si erano un po’ placate e noi stavamo cercando di riprendere le forze, un ufficiale con una divisa bianchissima piena di bottoni rossi si avvicinò a vostro onore per sussurrare qualcosa nel di lui orecchio. Aveva un orecchio enorme, quel vostro onore lì. Ed anche occhi, occhi bianchi grandi come limoni.

Vostro onore assunse un’espressione grave, intensa, quasi stesse recitando:

“Gentili convenuti,” – disse rivolto a noi – “sono molto addolarato nel comunicarvi che un vostro compagno è uscito dal sogno. Possiamo dire che se l’è cercata, ma ciò non diminuisce la pietà che noi tutti dobbiamo provare. Era un essere senza amore e senza futuro e per questa ragione la giuria della stanza 201 lo ha espulso definitivamente dal sogno.”

Stravolti dalle ferite sanguinanti e dal dolore per la notizia appena appresa, mi rivolsi per un ultima volta verso vostro onore: “Vostro onore, ma che state facendo? Non si era mai visto un sogno così… E perchè espellere quel ragazzo? Che cosa aveva fatto di così grave?”

“Quel ragazzo stava sostenendo che noi, invece che amore, stavamo praticando odio. Quel ragazzo, invece di recitare le risposte che avevamo preparato per lui, ci stava rivolgendo domande che noi non vogliamo sentire. Quel ragazzo ha subito il destino che subiranno anche le vostre idee”.

Detto questo, le guardie ci scortarono fino ai confini della veglia, non mancando di insultarci ancora un po’. Noi eravamo atterriti. Non avevamo mai sognato così forte da sanguinare. E così, prima di riprendere il cammino verso la veglia, fermai un ragazzo che aveva la nostra stessa aria affranta e rabbiosa insieme e gli chiesi se per caso conosceva il nome del ragazzo uscito dal sogno.

“Sì”- mi rispose – “Si chiamava Carlo Giuliani“.

[Colonna sonora by solcarlus]

E’ l’alba quando fanno irruzione nella palazzina. Io mi trovo lì, non so bene perchè, sul pianerottolo, senza nemmeno sapere dove sto andando.
Fattostà. Stanno cercando qualcuno. Mi prendono alle spalle, mi caricano su una camionetta e, prima che mi renda conto di quello che sta succendo, sono in fila ad uno strano check in. Prendono i miei documenti di identità, mi danno dei fogli, con i regolamenti, mi dicono. La stanza in cui mi trovo è buia, umida. L’impiegato è pallido, senza espressione. Superato il check in, mi conducono per un lungo corridoio.
Oddio, i topi. E’ il mio primo pensiero cosciente. Mi terrorizzano. Ci saranno i topi? Sento dei rumori, potrebbero $essere i loro squittii. Siamo arrivati. Io ancora non capisco bene quel che sta succedendo. So solo che che fa freddo, che i muri sono incrostati di muffa e umidità e che questi rumori potrebbero essere ratti in agguato. I due carcerieri che mi accompagnano aprono una pesante porta di metallo e, senza che abbiano detto una parola da quando mi hanno preso in consegna, mi
fanno cenno di accomodarmi. Io entro, loro chiudono.
Sono solo. Per la prima volta realizzo lucidamente di trovarmi nella cella di una prigione. Chissà perchè. Ora capiranno che è stato un errore e verranno a tirarmi fuori. Nel frattempo faccio conoscenza con la mia nuova casa. E’ del tutto simile a uno scompartimento-cuccetta di un treno, con i sei posti letto in due colonne da tre. Il mio posto è nella colonna di destra, in centro. Provo a mettermi seduto, ma non ci riesco: la testa picchia contro il letto di sopra. Se voglio stare seduto, devo tenere in collo piegato a 90°. Altrimenti posso stare sdraiato, o in piedi in mezzo alle due colonne. I miei compagni di cella non ci sono. Prevedo che quando arriveranno non si respirerà più. Già adesso sono assalito da ondate di terrore claustrofobico. C’è una penombra che mi fa solo intuire la presenza di alcuni scarafaggi. Topi, per fortuna, non ne vedo.
Per un attimo penso che quello è il posto dove potrei essere costretto a vivere per anni e mi sento soffocare. Mentre boccheggio ripenso alla palazzina, ai poliziotti armati fino ai denti che mi hanno sollevato da dietro e caricato sul cellulare. E’ avvenuto tutto così in fretta che non ho chiesto nulla. Non ho cercato di spiegare che non c’entravo nulla, non ho urlato, non ho protestato. Penso che è tutto uno sbaglio, che da un momento all’altro un avvocato, un secondino, un poliziotto, qualcuno, insomma, verrà ad aprire la porta della cella dicendomi: “Ci dispiace per l’equivoco, può uscire. Passi pure a ritirare i suoi documenti. Con le scuse del direttore”.
Eppure, nonostante la certezza della mia innocenza, un’ansia feroce e soffocante mi inchioda a questa brandina e mi svuota di ogni energia. Un fatalismo privo di ogni speranza mi schiaccia lo stomaco e mi lascia privo di parole, stordito: mai provata una rassegnazione simile in tutta la mia vita.
E nella mente visualizzo un numero che, senza motivo apparente, mi atterisce: 38%.

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Ho fatto questo sogno (reale come l’ansia che mi ha gettato addosso e denso come è la vita sognata) la notte dopo essere venuto a conoscenza di alcuni dati, riferiti al 2002.

– Nelle carceri italiane vivono 56.000 detenuti. La capienza regolamentare ne consentirebbe  41.324.
– 33.174  detenuti (il 59%) scontano pene per i quali sono stati già condannati.
– 21.705 detenuti (il 38%) sono invece in attesa di giudizio. Scontano quindi una pena per cui non sono stati ancora condannati.
– La maggioranza dei denuti sono “soggetti deboli”: stranieri (16.900), tossicodipendenti (16.800), persone affette da HIV (1.375)

A causa della lentezza dei processi, lo status di “detenuto in attesa di giudizio” può durare anni (il codice di precedura penale consente di dilatare i termini di custodia cautelare fino a 9 anni!).

Questa mattina, alla radio, ho sentito Adriano Sofri dire più  o meno queste cose: “Sette anni in un carcere ti rendono pazzo. Puoi dissimulare questa
pazzia e il fatto di riuscire bene in questa impresa è forse un’aggravante. Non ho la presunzione di ritenere che io sia immune da questo. Anzi, è assolutamente certo che io sia diventato pazzo. Chiunque, dopo sette anni di questa vita, impazzisce.”

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Dati ricavati dalle seguenti fonti:
http://www.ildue.it/Temi/Dati/index.htm
http://www.ildue.it/Temi/Dati/index.asp
http://www.stpauls.it/fc/0325fc/0325fc64.htm
http://www.fuoriluogo.it/speciali/guerraitaliana/governo_48.html

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